Teatro sperimentale

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Recensione di Renato Palazzi

A Milano, da qualche mese, c'è un nuovo spazio teatrale che - un po' per necessità, un po' per scelta culturale - si dedica soprattutto ad accogliere gruppi giovani e poco noti, esordienti, proposte anomale e curiose che per mancanza di esperienza e relazioni non hanno trovato sbocchi sulle altre ribalte cittadine.

Questo interessante approdo degli esclusi si chiama PIM, ed è gestito da un'attrice, Maria Pietroleonardo, e da un regista, Massimo Bologna. Si trova in una classica area ex-industriale di via Tertulliano, un capannone ricoperto di vetrate, con una sala di cento posti rimessa in sesto quanto basta, spoglia ma accogliente.

Sono andato ad assistere al lavoro di un regista davvero ai primi passi, il romagnolo Gianni Farina, il cui gruppo ha un insolito nome «climatico», Menoventi. Il suo spettacolo, In festa, scritto coi due attori, Consuelo Battiston e Alessandro Miele - nato in realtà in buona parte dalle loro improvvisazioni - ha tutti i difetti e tutti i pregi delle «opere prime»: l'approssimazione stilistica, la tendenza ad accumulare modelli espressivi diversi, prendendo un po' di qua e un po' di là, ma anche l'enorme carica di freschezza, la voracità di chi si sta appena affacciando al teatro e sente il vitalissimo bisogno di mettere insieme tanti punti di riferimento.

La sua caratteristica più singolare è il richiamo, consapevole o meno, a un patrimonio all'apparenza niente affatto generazionale come il mondo del teatro dell'assurdo, e specialmente di Ionesco. Non è solo per il fatto che la trama del testo - l'attesa di una festa i cui partecipanti non arriveranno, o arriveranno solo sotto forma di scatole con improbabili doni, o di parti anatomiche staccate, una mascella, un torso, un sedere - ricalca vagamente quella de Le sedie: piuttosto ioneschiani sembrano anche l'invadenza degli oggetti e certi toni surreali del dialogo, «hai invitato gli invitati?», «ho inviato gli inviti», «prepariamo i preparativi».

Questo gusto del pastiche linguistico si mescola poi con l'incombere di un'invisibile autorità superiore - rappresentata da un semaforo che a seconda del colore autorizza o blocca le azioni dei personaggi - di matrice chiaramente beckettiana, mentre il dilagare per la scena di biscotti, cocci di piatti rotti, pozze d'acqua riversate da un lavandino fuori controllo fa pensare a situazioni tipiche di Rodrigo García: e tuttavia, dietro questo disordinato sovraccarico di rimandi e citazioni, si colgono notevoli intuizioni come quella degli ospiti incompleti, e palpita un inesprimibile disagio che spinge nell'angoscia il vuoto dei rituali quotidiani.

(13 aprile 2006)

Recensione di Iacopo Iadarola (omero.it)

Meno venti gradi: Ray Bradbury era un ottimista, per incendiare la cultura basta molto meno". Così si presentano i Menoventi, giovane compagnia teatrale del ravennate. Ora invece la parola la prendo io per raccontarvi del loro ultimo spettacolo, In festa. Allora, si comincia prima della festa: una donna e un uomo, un po’ toccati, invitano gli invitati e preparano i preparativi. Lei lava piatti, lui prepara i vassoi per i biscotti. Gli invitati cominciano a non arrivare e si scusano facendo recapitare guanti di lattice e pezzi di manichini in scatola. I due per sdrammatizzare si raccontano barzellette stupide, si lasciano andare a vaneggiamenti esistenziali non meno caricaturali; ma i loro tempi sono stabiliti da un semaforo che incombe sulla scena: un deus ex machina al contrario, che non arriva al finale ma è sul palco ancora prima degli attori, che non disvela o risolve nulla ma in realtà complica solo tremendamente le cose con tutto il suo carico semantico irrisolto e i suoi misteriosi comandi luminosi: gli attori cominciano ad impazzire, lei lava sempre più piatti, lui impila sempre più biscotti, sino ad un’esplosione catartica di piatti fracassati e oggetti scagliati per ogni dove: allora il campanello comincia a svalvolare, il semaforo ad andar in corto circuito: è arrivato il momento della festa: parte un pezzo techno dei Radiohead, la coppia e i manichini monchi ballano inceppati ed estatici in un ditirambo casalingo, e fra urla e isterismi a vuoto cala il sipario sul semaforo abbattuto.

Bè, che dire, c’è tutto l’Occidente in questo spettacolo minimo di neanche un’ora. A parte i raffronti culturali con Beckett, Ionesco, De Chirico, Depero e Thom Yorke, che ci sono pure ma che contano poco. A parte questo, al centro c’è un’analisi spietata del vuoto con cui andiamo a braccetto ogni giorno, della più totale insignificanza delle nostre vite, dalla vacuità delle nostre edonistiche aspettative, del totalitarismo soft cui accondiscendiamo come automi e contro il quale non sappiamo ribellarci e da cui non riusciamo ad evadere se non in narcisismi da anime belle o in fanatistiche violenze fini a sé stesse. Sono tematiche, queste, ormai doverose per qualunque artista voglia scavare un attimo sotto la crosta del trionfalismo e della fede nel progresso e nella democrazia che ci propinano dietro ogni angolo. Non sottolineo l’originalità di queste tematiche: no, il grande pregio dei Menoventi è un altro, è la maniera in cui ti raccontano tutto questo. Con il vero stile di chi cerca di non averne uno ma non ci riesce. Con risorse di budget e di culturame limitate, volutamente limitate, per ogni gesto, per le luci, e per quei due o tre oggetti sulla scena c’è una cura geniale, da bonsai. O come nel teatro Noh, dove un pollice e un indice congiunti stanno per una montagna. Qui il semaforo e i biscotti invece stanno per Adorno e Orwell. I guanti, i manichini monchi per Marcuse e Debord. I due attori per tutti voi. E così via. Senza saccenza, senza sproloqui, in un finto raffazzonamento di registri che va dal comico al drammatico con la più assoluta nonchalance. Fuori scena Gianni Farina (un terzo della compagnia insieme ai due attori Consuelo Battiston e Alessandro Miele) mi racconta che lui e Alessandro a volte per mantenersi hanno dovuto fare anche i pagliacci di strada. Sai i pantaloni dei pagliacci non hanno le tasche per il portafoglio: senza documenti, le autorità li hanno caricati in macchina e portati in questura. Ecco, per chi ha un certo retroterra, per chi è fuori dalle bambagie di agiatezze che ci ottenebrano la coscienza, certe storie agghiaccianti e grottesche non c’è bisogno di andarle a pescare nel teatro dell’assurdo o nella scuola di Francoforte. Le vivono tutti i giorni, e quando te le raccontano si sente la differenza. Poco importa che queste esperienze debbano poi rimanere fuori dallo star system e tutto il resto, la pretesa di arrivare a tutti è il primo precetto del neocapitalismo, diceva Deleuze. Ma che a voi vi arrivi, per carità, la prossima rappresentazione è a Salerno, dal 17 al 20 marzo 2007, Teatro San Genisio. Per maggiori informazioni: www.menoventi.com. Fra le altre cose sul sito troverete uno stralcio di una poesia di Enzensberger, che qui vi riporto tutta, perché sono quelle poesie che ti cambiano la vita.

Divisione del lavoro

Che la stragrande maggioranza
della stragrande maggioranza
non capisca pressoché nulla,
per es. poesia, diritti d’opzione,
numeri pseudoprimi,
e mettici perfino
i massimi sistemi-
è più che comprensibile!
La stragrande maggioranza
ha tutt’altre preoccupazioni,
imperturbabile si tiene
ai figli e alle mutue,
letto soldi pop sport,
a tutto ciò di cui la minima minoranza
non vuol sapere nulla.
Dove andremmo a finire
coi nostri cervellini
se tutti pensassero su tutto?
Solo di quando in quando,
in certe interminabili sere,
un’occhiata dall’altra parte,
alla finestra illuminata
dove vivono altri,
e la vaga sensazione di essersi persi qualcosa.

Scritto il 01.01.07 alle 22:00

In festa temperatura della realtà
di Lucia Oliva


L'impianto spettacolare costruito dai Menoventi congela e rapisce come promette la temperatura segnata dal nome del gruppo, per avventurare gli spettatori nei territori infidi abitati da questa giovane coppia, Consuelo Battiston e Alessandro Miele, con Gianni Farina che orchestra i pensieri e le azioni trasferendosi in quest'occasione fuori scena, dove ogni passo scricchiola come sul ghiaccio di un'improvvisa consapevolezza. La donnina di casa biancovestita ha a fianco un compagno burlone e farsesco con cui intreccia un dialogo allitterato che si annoda in un prolificare di anafore, in cui gli invitati si invitano, gli ospiti si ospitano e gli spettatori aspettano, insieme ai protagonisti, una festa che non arriverà mai, se non in un finale disastrato e allucinatorio che cade come una scure sulle aspettative dei due personaggi. In festa si dilata e si incanta sul crinale di un'attesa, di cui un semaforo ne lampeggia l'emergenza e un campanello ne frustra il desiderio, facendo apparire in scena, anziché i fantomatici invitati, regali non richiesti che replicano le ossessioni degli attori, condannandoli a una continua ripetizione di minuzie ansiose che sembrano dire dei tanti automatismi con cui si cerca di ignorare l'abisso. Tra echi di Beckett sparsi in un dilagare di arti monchi e manichini mozzati, in uno sfaldarsi di gesti e proposizioni, Menoventi costringe l'assurdo a parlare di quel vuoto inesorabile, di quella mancanza di cui si pensa si orlata la vita e che invece è da questa fondata, ma con la leggerezza e l'intelligenza di chi sa sorridere anche dell'inevitabile.