|
Press
Compagnia
Premi
L'uomo della sabbia
In Festa
Semiramis
InvisibilMente
Postilla
Interviste
Per
richiedere altro materiale.............................
info@menoventi.com
_________________________________________________________________________________________________________
News
Menoventi vince il
Premio Rete Critica 2011
Clicca qui per leggere
l'articolo
WAM – Weekly Arts Meetings
La griglia è la forma più elementare di organizzazione. Il modo più semplice ed efficace per generare nuove forme dal caos. Un reticolato dove soggetti differenti intersecano i loro percorsi e fondono le loro differenze in punti precisi. Tre compagnie diverse – Iris, In_Ocula e Menoventi – in collaborazione con Clandestino, Tesco,
Miagalleria e Casa del Disco creano Griglie, un tracciato fatto di incontri fra alcuni operatori culturali della città di Faenza, nei principali centri dedicati all’arte contemporanea fra cui il Museo Internazionale delle Ceramiche e il Museo Carlo Zauli. All’interno di Griglie, prende vita WAM – Weekly Arts Meetings, la prima rassegna
nella città di Faenza dedicata alle arti performative contemporanee.
ESERCIZI
DI STILE - Workshop condotto dalla compagnia Menoventi
Teatro Rosaspina di Montescudo
(RN)
14-15-16 gennaio 2011
Un workshop che sonda diversi
approcci alla scena seguendo l’esempio illustre di Queneau, in cui il
divertissement formale si trasforma e si estende fino a mettere in
discussione, grazie alla pura forza del linguaggio, l’artificio della
realtà.
Un mutamento continuo di tecniche e di strumenti volto alla ricerca di nuove
prospettive dello sguardo.
Alcuni punti di appoggio saranno il lavoro sul loop, l’indagine sulla
qualità della presenza dell’attore e lo studio del rapporto, diretto o meno,
tra la scena e lo spettatore.
Scadenza iscrizioni 10 gennaio 2011
Orari: venerdì 15-21; sabato 10-14; domenica 15-21
Il laboratorio è rivolto a chiunque fosse interessato, non è necessaria
alcuna esperienza.
__________________________________________________________________________________
L'uomo della
sabbia
“L’uomo
della sabbia” Un congegno drammaturgico di strepitosa complessità
di Alessandro Fogli
http://www.corriereromagna.it
Ci sono spettacoli che una volta
visti e assorbiti sono destinati a raccogliere valutazioni che valicano la
normale soglia del giudizio, arrivando a occupare una zona che per altri è
semplicemente irraggiungibile. È la zona destinata a ciò che col tempo
diventerà un classico, un’opera per antonomasia, un titolo che
inevitabilmente, prima o poi, si cita per mettere subito tutti d’accordo.
L’uomo della sabbia della compagnia faentina Menoventi – visto al teatro
delle Passioni di Modena, dopo il suo debutto di un mese fa sempre a Modena,
in ambito Festival Vie – non somiglia a nient’altro, non copia nient’altro,
d’ora in poi o lo si plagia o lo si cita. Il titolo è, sì, quello del
romanzo di Ernst Theodor Hoffmann del 1815 – un racconto complesso, che
affronta soprattutto il tema dell’ambiguità e, tratto tipicamente romantico,
indaga l’immaginario dell’automa – ma lo spettacolo dei Menoventi non ne
segue la diegesi narrativa (anzi la collassa, la frantuma, ne sparge i pezzi
al vento e li ricompone su di uno specchio infranto) preferendo appropriarsi
più che altro di sottotesti, atmosfere, meccanismi di distorsione, il tutto
volto ad annientare chirurgicamente qualsiasi parvenza di struttura
canonica. Quello però che appare come un labirinto escheriano – nel quale si
aggira un disilluso demiurgo – finisce per rivelarsi un congegno
drammaturgico di strepitosa complessità, un gioco teatrale totale composto
da blocchi anomali, che scorrono in tutte le direzioni, temporali e
spaziali, finché l’impalcatura stessa dello spettacolo diventa metafora
della condizione dei suoi personaggi. Come per loro, una visione normale
delle cose ci è negata. E per entrare più in profondità nei meandri de
L’uomo della sabbia ci siamo rivolti, prima della partenza della compagnia
per la tournée francese, al regista dei Menoventi, Gianni Farina.
Perché la scelta di Hoffmann? Il meccanismo drammaturgico messo in atto
poteva funzionare praticamente con qualsiasi altro testo.
«In effetti all’inizio si pensava ad altri autori, pur essendo già
orientati verso una determinata indagine drammaturgica che ritroviamo come
asse portante in questo lavoro. In seguito però abbiamo trovato in Hoffmann
un contenitore perfettamente aderente alle nostre forme. Ci sono ovviamente
le differenze date dal diverso mezzo espressivo, Hoffmann gioca e si prende
gioco dei propri strumenti – quelli della scrittura – e noi di quelli del
teatro, ma la sostanza è la medesima. Il punto centrale di questo percorso è
lo smottamento della cornice “rappresentazione” prodotto da continui
mutamenti del contratto scenico e del contesto in cui è inserito lo
spettatore. I repentini e molteplici mutamenti di prospettiva con cui
Hoffmann crea i suoi labirinti, le sue impossibili figure bidimensionali,
donano alla narrazione il potere dell’instabilità, creano un vortice che
centrifuga ogni inquadratura per fondere le figure in una sostanza
incorporea priva di prospettiva, priva di ogni contesto; attraverso un abuso
di cornici si arriva alla rottura del quadro generale. Il continuo richiamo
agli strumenti ottici presente nel racconto originale ha suggerito il modo
per coniugare gli sfasamenti temporali con il gioco delle inquadrature; ha
suggerito in poche parole il montaggio caotico di una realtà frantumata dai
sipari. Tutto questo per Hoffmann ha un nome: principio Serapiontico. Si
tratta di una visione scomposta del mondo, in cui le immagini del mondo
esterno, “diurno”, si fondono indissolubilmente con le immagini interiori e
“notturne”. Questa sovrapposizione di immagini crea una prospettiva così
multiforme e fantastica da essere probabilmente la percezione meno
approssimativa della complessa e sfuggente realtà».
Questo spettacolo può essere considerato la summa, la fine del lavoro dei
Menoventi sulla scomposizione degli strumenti teatrali (attori, testi,
rapporto col pubblico, qui anche scenografie)? Ora cosa pensate di fare?
Insomma, avete davvero sparigliato le carte in tutti i modi, e adesso?
«Adesso davvero non lo sappiamo. Io credo che ci sia ancora molto da
esplorare nella destrutturazione dei meccanismi della rappresentazione,
negli scarti contestuali e forse anche in Hoffmann stesso. Ma è presto per
dirlo, veniamo da due debutti nell’arco di tre mesi e ci sentiamo un po’
svuotati. Ci sono invece una serie di attività formative che stiamo
organizzando; da un po’ di tempo sentiamo questa esigenza e finalmente a
Faenza prenderà il via Meme, un laboratorio aperto a tutti con cadenza
settimanale, da dicembre a maggio. Stanno prendendo corpo anche altri
progetti legati al territorio, ma è ancora presto per parlarne».
Il
teatro prima e dopo l’inizio: L’uomo della sabbia alla maniera di Menoventi
di Lorenzo Donati
http://www.ravennaedintorni.it
Partiamo dagli inizi. Due
maschere in attesa che lo spettacolo cominci ci comunicano il sopraggiungere
di problemi tecnici. Secondo inizio: un uomo, in giacca e cravatta, emerge
dall’oscurità del foyer di un teatro vuoto. Seduti con lui a un tavolino,
dobbiamo scegliere se apporre una firma per vedere lo spettacolo, cedendo la
nostra anima al diavolo. Terzo: due attori presentano un cortometraggio di
Daniele Ciprì che verrà proiettato in sala, raggiungono il cineasta al
telefono, gli sottopongono qualche domanda di rito, poi lo salutano in
attesa del film. Invisibilmente, Postilla, Perdere la faccia sono opere del
gruppo faentino Menoventi, fra i pochissimi in Italia impegnati nel
tentativo di spostare dall’interno i confini di quello che definiamo teatro.
L’uomo della sabbia è il loro ultimo lavoro, prodotto dallo Stabile
regionale ERT, visto al festival Vie e attualmente in replica al Teatro
delle Passioni di Modena (fino all’8 novembre). Partiamo dall’inizio. Un
uomo elegante, serio ma non affettato, ci accoglie e ringrazia per essere
intervenuti alla sua festa. Ci ha radunati per farci conoscere la sua
splendida figlia, Olimpia. Sipario. Il teatro è qui, per i Menoventi: in una
promessa spaesante che crea desiderio, attesa, frustrazione. Quello che
vedremo, da ora in avanti, dipenderà da noi. E noi abbiamo visto Nataniele,
protagonista della vicenda, farsi tormentare dai fantasmi dell’infanzia.
Abbiamo visto Coppelius, l’uomo della sabbia che incombe sulla vita del
protagonista, irrompere nella sua camera, spacciandosi per ottico. Abbiamo
visto il professor Spallanzani, il signore dell’inizio, invitare Nataniele
al ricevimento preannunciato, poi Nataniele e la fidanzata Clara che
attendono ospiti, parlano con un misterioso ragazzo che sembra essersi
smarrito mentre mangia una banana. Gradualmente, ci vien fatto di domandarci
se anche gli atri spettatori abbiano visto le stesse cose: il testo è una
riscrittura dall’omonimo racconto di E. T. A. Hoffman (1815), ma accade che
alcuni dialoghi si ripetano in un loop meccanico; accade che una scena venga
replicata interamente ma con lievi modifiche, e che un possibile senso si
produca grazie alla somma delle ripetizioni; accade che il mefistofelico
Coppelius influisca sugli avvenimenti senza che gli altri personaggi lo
vedano; accade infine che Olimpia canti una canzone disperata, più e più
volte, forse rendendosi conto di avere già vissuto tutto, ma di questa
consapevolezza non le rimane che un lineamento di tristezza sul volto. Si
potrebbero proporre molte chiavi di lettura per attraversare L’uomo della
sabbia: le realtà parallele care alla Sci-Fi, la corrosione linguistica del
racconto che fa emergere il teatro nella sua essenza di finzione verissima,
l’ipotesi narrativa della follia mentale del protagonista. Ma rischieremmo
di volerci rassicurare e di rinchiudere il flusso di questa straordinaria e
perturbante polisemia. Meglio partire dagli inizi: grazie a lei, Spallanzani,
e ci scusi per non aver capito che la festa era già iniziata, da sempre.
Persi
nelle scatole cinesi
di Massimo Marino
http://controscene.corrieredibologna.corriere.it/
Non fa molti passi
in avanti la narrazione di L’uomo della sabbia dei giovani Menoventi, da E.
T. A. Hoffmann. Si avvita in un affascinate gioco a scatole cinesi. La
storia non decolla, né vuole decollare. Gli attori, e gli spettatori con
loro, sono senza pietà chiusi in un labirinto, col sorriso sulle labbra. Il
fantastico hoffmanniano si tinge di una quotidianità banale e, alla fine,
oppressiva. Ci portano, con abilità, con sottile garbo e intelligenza, in
una prigione dorata fatta di specchi che sembrano riflettere i nostri
desideri e ci catturano senza salvezza, per rimandarci solo, sempre, a noi
stessi, alle nostre ossessioni sempre più ansiogene.
Ecco, qui come in Manfredini, non c’è realtà. Piuttosto sogno, si direbbe
(in modo diverso). Eppure l’impressione è di essere tanto vicini alle nostre
vite, trasfigurate, penetrate meglio di quanto non sappia fare un teatro
politico, diretto. Il giocattolo è esaltato, smontato: e rimane, alla fine,
desolatamente rotto. Sempre con un certo sorriso sulle labbra, tra sipari
che continuamente si aprono e si chiudono portando ogni volta nello stesso
altrove, simile al qui e ora, a ripetere coattivamente le medesime azioni.
Una trappola infernale. Un grido di paura infantile nella notte, mascherato
dalla buona educazione.
Con
L’uomo della sabbia attraverso gli spettri della realtà
La fabbrica immaginale dei Menoventi
di Alessandra Cava
http://doppiozero.com
Scoprire in quali
pieghe si addentra il percorso dei Menoventi – ovvero di Consuelo Battiston,
Gianni Farina e Alessandro Miele – è avventura per spettatori curiosi e
attenti, felici di ancorarsi a una poltrona che quanto più sarà salda, tanto
più potrà capovolgere e rimescolare i pensieri, rubando ogni certezza. Per
la compagnia romagnola (per due terzi d’adozione) il tessuto della realtà e
le sue infinite increspature sono quanto mai materia di lavoro, luogo denso
in cui agire l’attore e i suoi strumenti. “In realtà sta a capo all’ingiù la
realtà”, segnala il punto -18 del “termometro” alla rovescia che scandisce
la ricerca dei Menoventi: un percorso che avanza per sottrazione, rubando
allo spettatore tutto ciò che possedeva per sentirsi al sicuro nel buio
della sala (perfino l’anima, come nel radiodramma Il contratto, ispirato al
precedente Postilla, spettacolo per un solo spettatore).
Con gli ultimi lavori i Menoventi sembrano introdursi sempre di più nel
fondo di labirintiche questioni. Per Santarcangelo 41, oltre a Il contratto,
la compagnia ha costruito un “reale” e lucidissimo raggiro, Perdere la
faccia, dove la menzogna agisce in maniera radicale fin dalla fase
promozionale dello spettacolo. Pubblicizzato come un cortometraggio in
collaborazione con il regista Daniele Ciprì, si scoprirà poi essere la
ripetizione tendente all’infinito della presentazione del film (che in
realtà non è mai stato girato). Il loop porterà infine il meccanismo
finzionale a trasfigurarsi e implodere, illuminando qualche preziosa traccia
di reale in fondo all’intima infinita libertà dell’attore.
Proprio in quella zona limite in cui ha luogo la corrispondenza tra
spettacolo e spettatore, là dove vige il patto teatrale fondato sulla
“sospensione dell’incredulità”, fa ingresso la scrittura di E.T.A. Hoffmann,
che investe e attraversa l’ultima fatica della compagnia, L’uomo della
sabbia. Capriccio alla maniera di Hoffmann. Prodotto da Emilia Romagna
Teatro, presentato a Modena lo scorso ottobre in occasione di Vie Scena
Contemporanea Festival, lo spettacolo vede in scena, per la prima volta
insieme a Battiston e Miele, Tamara Balducci, Tolja Djokovic, Francesco
Ferri e Mauro Milone. Il titolo è un gioco di rimandi che fa riferimento ad
altri testi dello scrittore romantico (Pezzi di fantasia alla maniera di
Callot e La principessa Brambilla. Un capriccio da Jacques Callot), ma fa
leva sulle vicende dell’omonimo racconto del 1816, in cui si narrano gli
accadimenti bizzarri che turbano la vita di Nataniele, il giovane studente
tormentato dal ricordo di una fiaba dell’infanzia, quella dell’“uomo della
sabbia”, per l’appunto. La meravigliosa creatura del sonno che getta
manciate di sabbia negli occhi dei fanciulli perché cadano addormentati farà
presa sulla mente del bambino e poi dell’adulto Nataniele, assumendo umane
sembianze – quella dell’avvocato Coppelius, poi dell’ottico Coppola – e
segnando il suo destino. Tra la struttura epistolare e quella narrativa in
terza persona, L’uomo della sabbia di Hoffmann accompagna subdolamente il
lettore in un percorso tortuoso dentro e fuori dalla mente del protagonista,
replicando attraverso espedienti letterari la dissoluzione dei confini tra
realtà accaduta e realtà immaginata. Il racconto, celebre per esser stato al
centro delle teorie psicanalitiche sul “perturbante”, si annoda attorno al
tema della visione e della sua perdita: tornano infatti più volte
riferimenti a occhi, sguardi e strumenti ottici (autentici spettri,
“strumenti per vedere”), che costruiscono nella storia un allegorico prisma
dello sguardo, deformante e rivelatore dell’immagine della realtà.
Se per Hoffmann la scrittura trasporta e abbandona come un’onda continua il
“carissimo lettore” da lui apostrofato, il Capriccio dei Menoventi si attiva
come una grande macchina desiderante, proiezione della mente di Nataniele, i
cui cardini ruotano sugli elementi concreti dell’arredo scenico. Il sipario,
il boccascena, il fondale, una porta, formano insieme agli attori un sistema
tanto perfetto quanto incoerente, scatenando un gioco di anomali incastri
fra le vicende. Così smembrata, la storia dell’uomo della sabbia vive di
propria immaginifica vita, producendo fantasmi su fantasmi, moltiplicando e
intersecando i piani della realtà. La regia di Gianni Farina opera
attraverso più strati finzionali, posizionando i personaggi su differenti
livelli di rappresentazione, che corrispondono a diversi gradi di rapporto
con la platea. Il pubblico si trova così di fronte a uno spettacolo che
asseconda in un primo momento le sue attese di spettatore, mentre tutto
lavora affinché il suo sguardo venga subdolamente assorbito nella voragine
della scena; come se una fessura, un invisibile strappo si allargasse sul
“cielo di carta” delle cose visibili, lasciandolo vagare, perduto nel flusso
incontrollato della mente.
Ad abitare la trasparenza, il carattere fluido di questa rappresentazione a
più piani, è proprio l’uomo della sabbia (ovvero Coppelius, oppure Coppola)
interpretato da una fiabesca e luciferina Consuelo Battiston. “Motore” di
tutti gli sguardi della storia, si muove con disinvoltura tra un livello e
l’altro, inserendo una serie di errori nel sistema rappresentativo, e
divertendosi un mondo nel farlo. Nataniele, la sua giovane fidanzata Clara,
il dottor Spallanzani e sua figlia Olimpia (la fanciulla-automa che è
ulteriore mise en abyme, simulazione di vita nella simulazione della vita)
recitano le scene che sono state scritte per loro. Ma ci si accorge ben
presto che non tutto va come deve andare, il nastro degli eventi si inceppa,
poi si riavvolge, tutto viene destinato a ripetersi e a sovrapporsi.
È sufficiente che Coppelius sposti una sedia, che modifichi un piccolo
dettaglio della scena a cui noi (e lui) assistiamo, perché i dialoghi e i
gesti dei personaggi perdano ogni logica e la linearità del tempo si spezzi
in infiniti frammenti non più ricomponibili, ma segretamente
interdipendenti. I tendaggi si aprono e si chiudono, oppure si sollevano
solo in un punto a rivelare una porta nascosta, una scrivania; gli oggetti
utilizzati sono a volte invisibili per i personaggi, a volte per lo
spettatore, apparendo e scomparendo nella ripetizione ossessiva: Clara porge
un vassoio di tartine immaginarie, oppure versa più volte dell’acqua in un
bicchiere già pieno, fino a farne “traboccare” la presenza. Uno sperduto
individuo con una banana in mano, estraneo alla storia, s’imbatte a volte
nelle scene (o sono le scene che s’imbattono in lui?) istaurando relazioni
impossibili con i personaggi, in una dimensione senza sosta oscillante tra
il familiare e l’estraneo, che ci riguarda molto da vicino. In un crescendo
che spezza la storia in particelle sempre più piccole, lo spettacolo arriva
a un limite oltre il quale non può più andare: come nei sogni i personaggi
mutano voce, si scambiano le identità, il ritmo aumenta fino trovare tregua
nella scena finale, dove Nataniele viene sottoposto – in un istantaneo
tableau vivant – a L’estrazione della pietra della follia, con chiaro
riferimento all’opera di Bosch.
A teatro con i Menoventi non è possibile dimenticarsi della propria
posizione di “partecipanti”, pur rimanendo comodamente seduti per tutto il
tempo al proprio posto. Come di fronte a un’incisione di Escher, è lo
sguardo dello spettatore che deve spostarsi, scomporsi e reinventarsi
continuamente. Gli appigli familiari vengono celati o trasformati, mentre in
trasparenza emergono i confini dentro i quali ogni prospettiva è costretta,
le cornici nelle cornici in cui precipita all’infinito la nostra percezione
della realtà. I Menoventi si confermano autentici fabbricanti di immagini
per la mente. Lasciando poi che queste immagini si allontanino da noi, che
conservino la sacralità degli spettri, la separazione insanabile che questo
termine porta con sé, il loro lavoro scava senza sosta, cercando di
affondare verticalmente nello spiraglio che dalla realtà percepita apre al
reale.
Nel disegno di Marco Smacchia, che accompagna su una cartolina le repliche
de L’uomo della sabbia, gli strati di carta sovrappongono in parte due
figure somiglianti, che vivono della tensione che le spinge a coincidere
all’infinito, senza consumarla mai. E infatti: “Enorme è la distanza tra il
desiderio e l’azione”, ci avvertono le note di regia. Solo un “capriccio”,
una visione oltre la vista, una pura produzione della mente, può imitare il
desiderio, tuttavia senza mai afferrarlo. L’uomo della sabbia ripete
sogghignando: “Torno sempre. Torno sempre”. È lui a ricordarci che aprendo
piega dopo piega non si può mai smettere di gettare lo sguardo sempre più
avanti, che il vero senso di qualsiasi ricerca sta nel suo movimento
incessante. Per guardare il mondo intorno a noi gli occhi non sono
sufficienti, non è sufficiente la ragione: occorre rompere ogni volta
l’automatismo del pensiero, provocare spaesamento, produrre sempre nuove
inattese immagini della realtà.
Perdersi
nel labirinto al modo di Menoventi
di Francesco Brusa
http://www.altrevelocita.it
A voler dare un
giudizio su “L'uomo della sabbia” dei Menoventi, visto la settimana scorsa a
Vie, si corre il rischio di ripetere quello che già è stato detto in scena.
Ma ripetere è veramente un rischio? O è semplicemente inevitabile, e, forse,
pure divertente? Non saprei da dove cominciare per spiegare come abbiano
origine le azioni dei personaggi. Dalla mente dell'ingenuo Nataniele?
Dall'ambizione del dottor Spallanzani? O dalle incursioni demiurgiche del
dottor Coppola? In realtà, non saprei da dove cominciare neanche per
chiarire il modo in cui le vicende finiscono. Come ogni labirinto ben
costruito, l'opera ti abbandona al dubbio. E se la fine consistesse nella
mia consapevolezza di spettatore? Ciò che ho visto è solo una finzione? Ma,
a quel punto, l'origine potrebbe essere tutta nella mia mente. E allora, ho
visto veramente “L'uomo della sabbia”? A novembre si replica alle Passioni.
Nei
labirinti della mente umana, si nasconde l’uomo della sabbia
di Roberto Rinaldi
http://www.rumorscena.it/2011/10/24/nei-labirinti-della-mente-umana-si-nasconde-luomo-della-sabbia/
L’uomo della sabbia
è un racconto di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, esponente di spicco del
Romanticismo tedesco, e fa parte della raccolta Notturni. È un racconto
molto complesso che affronta il tema dell’ambiguità e indaga l’immaginario
dell’automa. Una storia che suscita nel lettore il sentimento del sinistro.
Freud lo prende ad esempio nel saggio Il perturbante. Molti sono gli artisti
che si ispireranno alle sue opere. Fu anche un eccellente disegnatore e
pittore. La sua indipendenza e il suo gusto della satira gli causarono
rimproveri e censure da parte dei suoi superiori, ritratti nelle sue
caricature.
La compagnia dei Menoventi con la regia di Giovanni Farina (nato nel 2005)
ne ha fatto una trasposizione per il teatro, “un capriccio alla maniera di
Hoffman… un labirinto, un gioco di scatole cinesi, una narrazione senza fine
in cui perdersi”, e il letterato germanico faceva al caso loro, capace com’è
di creare sofisticati labirinti in cui finisci dentro e da cui esci ed
entri. Appena arrivi a cogliere l’essenzialità della storia descritta, della
trama narrata, come in un gioco di prestigio, ti ritrovi al principio da
dove eri partito. E il ribaltamento narrativo (in questo caso drammaturgico)
ti costringe a ricominciare da una prospettiva diversa. Come un gioco di
specchi in cui tu ti rifrangi. Il meccanismo teatrale dell’ultimo sforzo
creativo dei Menoventi che affronta un lavoro drammaturgico impegnativo,
mutuandolo da un racconto letterario, che ruota tutto intorno al meccanismo
della ripetizione dove le varie scene sembrano succedersi in modo eguale
ripetitivo, salvo poi accorgersi della presenza di varianti che spiazzano lo
spettatore, creano spaesamento, stupiscono per l’irrazionalità in cui si
manifestano.Da un’azione logica e conseguenziale si passa a qualcosa che è
perturbante, paradossale, per creare un sentimento simile alla paura che si
viene a creare quando un fatto, una persona, un avvenimento, si percepisce
come conosciuto e allo stesso tempo estraneo. Freud lo spiegava il
perturbante come “quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto
da lungo tempo, a ciò che ci è familiare”. È quello che si viene a creare
attraverso un via vai di personaggi che appaiono e scompaiono, entrano da
una porta e ci escono subito dopo.
Il sipario che si chiude e si riapre a ritmo continuo e non ti da il tempo
di assimilare la scena precedente che già è cambiata, assomiglia tanto ai
nostri pensieri che ci turbano quando scorrono via veloci, senza tregua,
nuvole passeggere da toni oscuri e foschi. Nell’uomo della sabbia i corpi
che spariscono e riappaiono in posture diverse. Sono flashback di pochi
istanti, fotogrammi di un montaggio che non segue nessuna apparente
coerenza. Assomigliano molto a suggestioni oniriche dove il perturbante è di
casa. Un rovesciamento continuo delle situazioni che si vengono a creare e
si dissolvono come per incanto. Automatismi come nel caso dello spaesato
ragazzo con una banana in mano, perennemente fuori luogo, trovandosi nel
posto sbagliato al momento sbagliato: una delle scene più spassose e
godibili dell’Uomo della sabbia.
Avvengono ribaltamenti continui come l’origine del nome di questa giovane
compagnia, proiettata sempre più verso una raggiunta maturità artistica. Il
nome Menoventi si rifà alla temperatura del proprio termostato di casa, se
lo capovolgi da più diventa meno. Nel l’uomo della sabbia i più e i meno si
alternano di frequente. I piani di lettura si confondono traendo in inganno
quando meno te lo aspetti. Scene viste e riviste alla moviola. A farlo sono
Consuelo Battiston e Alessandro Miele (ideatori della messa in scena insieme
al regista), Francesco Ferri, Tamara Balducci, Mauro Milone, Tolja
Djokovic. L’ingranaggio scenico è
minuzioso, nulla viene lasciato al caso, tempistica e recitazione seguono il
ritmo dato da un metronomo e da un cronometro tarati all’unisono. Le musiche
originali di Stefano De Ponti diventano il tessuto musicale dove si appoggia
tutta la narrazione teatrale. Gli attori si dividono in parti uguali
l’impegno di ricreare sulla scena le atmosfere e le suggestioni così ben
descritte da Hoffmann, la frammentazione di una storia raccontata prima al
presente per poi passare al presente, e quando lo ha compreso, è già tardi,
l’uomo della sabbia è già uscito dalla porta. Quella di un inconscio che ci
appartiene.
Studio
per Ubiq
di Andrea Porcheddu
http://delteatro.it/recensioni/2010-04/studio-per-ubiq.php
Probabilmente, fosse
stato in sala, Luigi Pirandello si sarebbe davvero divertito. Perché
Menoventi - questo gruppo che appartiene a pieno titolo alla nuova ondata
teatrale italiana, quella che Renato Palazzi ha definito Generazione T, ed
altri Generazione 2.0 - è implacabile nel montare e smontare i meccanismi
della convenzione teatrale. Insomma, il loro percorso si potrebbe definire
un "Questa sera si recita a soggetto", ma in chiave ipermoderna.
Hanno proprio una marcia in più, questi tre giovani folli che rispondono ai
nomi di Consuelo Battiston, Gianni Farina e Alessandro Miele: sono uno di
quei gruppi nati nella sottocultura mediatica degli anni Ottanta, ma come
altri sono stati capaci di far tesoro della vivace esperienza teatrale degli
anni Novanta, portando quei codici e quei linguaggi a spasmodiche
conseguenze. Quel che sembra interessare alla compagnia emiliana è proprio
la struttura, la convenzione, i livelli della rappresentazione teatrale:
entrano e fanno entrare il pubblico in un gioco di spiazzamenti continui, di
ironici capovolgimenti di fronte, di creativo e intelligente sfasamento.
Mettendo continuamente in discussione i livelli di realtà e
rappresentazione, di finzione e verità, il teatro di Menoventi è una parodia
feroce dell'assunto di Coleridge sulla sospensione dell'incredulità: a cosa
dar retta, in teatro, quando tutto è - allo stesso tempo - falso e vero?
Così, nella infilata di spettacoli realizzati dalla compagnia, la cosiddetta
metateatralità viene rivoltata come il più classico calzino, chiamando in
causa il pubblico, spettatore spesso attivo o ignaro complice di
rappresentazioni in atto anche quando non sembra. E dunque c'era molto
interesse per il primo studio del nuovo lavoro della compagnia, titolato
Ubiq e presentato al teatro Fondamenta Nuove di Venezia. Dopo un
laboratorio, avvalendosi della complicità creativa degli attori e delle
attrici partecipanti, Menoventi ha aperto le porte del teatro al pubblico
mostrando una indagine, ancora acerba ma fortemente indicativa, del lavoro
che debutterà nell'autunno 2011.
Le danze si aprono già nel foyer, con gli attori tranquillamente mescolati
al pubblico. Poi, dopo il benvenuto di rito, si inizia. Uno strano dialogo
fantascientifico tra due signore eleganti a proposito di lettura del
pensiero lentamente prende corpo. Ad un certo punto una ragazza, jeans e
anfibi, attraversa il proscenio e si rivolge al pubblico, con un accento
caldamente meridionale: "ma a voi vi piace sta roba?". Il dialogo sul fondo,
intanto prosegue, mentre la ragazza incalza il pubblico. Tra gli spettatori
una sembra particolarmente ricettiva e interviene, ma si dichiara subito
rivolgendosi agli altri astanti: "io sono un'attrice, tocca a me rispondere,
voi state zitti".
Finite le gag e gli applausi, si apre il dibattito con il pubblico:
presentazione, luoghi comuni, e una domanda ingenua di una spettatrice.
Ovviamente anche questa è finzione. E così via. Sarebbe un peccato svelare
altro di questo "studio" che è una sorpresa continua, uno smottamento
sentimentale, una feroce e dissacrante presa in giro del sistema teatro. La
cosa interessante è, al di là del fatto comico, la ricerca di modalità
interpretative che sappiano coniugare slanci performativi e consolidate
tecniche accademiche: qualcosa che potremmo definire "postbrechtiano"
laddove l'attore è chiamato continuamente a "scavallare" tra interpretazione
di un personaggio e (auto)svelamento, tra adesione concreta ad una realtà
quotidiana (per quanto fittizia) e quarta parete.
Un attore ubiquo, insomma, dal punto di vista sensoriale, emotivo e tecnico.
Insomma, un secolo di canone d'attore - ormai tramontato assieme a quello
del regista - viene pressato, squassato, passato in una centrifuga da cui
esce strizzato e rinnovato. Varrebbe la pena, senza dubbio, riflettere sulle
conseguenze di questa accelerazione del teatro contemporaneo, così come
provare a tracciare linee di possibili sviluppi futuri di certe tendenze.
A questo proposito, da qui al debutto del nuovo spettacolo di Menoventi c'è
tempo: se queste sono le premesse, siamo certi che il gruppo porterà a casa
un gran risultato.
__________________________________________________________________________________
Compagnia
LO STRANIERO
(Febbraio 2007 n. 80)
Gli
Asini
Gli asini
sono umili, probi, cocciuti, e sono, nel linguaggio corrente, il contrario
dei sapientoni, dei primi della classe,
in una parola degli intellettuali e politici e giornalisti e
operatori "di successo". Con questa nuova
sezione "Lo straniero"
intende segnalare le cose migliori -
associazioni, convegni, manifestazioni, azioni, opere,
iniziative di gruppi di intervento
sociale e di intervento culturale di cui ci fidiamo
e che ci sembrano variamente
interessanti. Vogliamo contribuire
a far conoscere quel che di meglio
nasce, cresce, si fa
intorno a noi,
isolandolo dal marasma
delle cose insensate e opportuniste
e delle notizie
propagandistiche su attività
innecessarie o disutili. Non possiamo certamente dar conto di tutto
né arrivare a sapere tutto, ma avviare un puntuale lavoro di censimento e di
cernita del buono che c'è, e non ci importano le etichette.
MENOVENTI
(Faenza)
Menoventi è una giovanissima compagnia
teatrale composta da Consuelo Battiston (Pordenone), Alessandro Miele
(Pompei) e Gianni Farina (Faenza). Ci hanno detto: “Menoventi è una
temperatura. Guardando all’incontrario il termometro del salotto, puoi
constatare che è la temperatura di casa tua, cambia solo il punto di vista:
‘In realtà a stare a capo all’ingiù è la realtà’. A malincuore oggi si può
dire che Bradbury era un ottimista: per incendiare la cultura basta meno,
molto meno. Menoventi, appunto. Infine, Menoventi è la temperatura della
nostra sala prove: aiuto caldo teatrino cercasi.” A proposito di In festa,
il loro ultimo spettacolo: “Autoprodotto, non commissionato,del tutto ignaro
dei tempi imposti dal mercato; ancora oggi lo consideriamo strutturato ma
aperto.
Iniziato nell’Agosto 2004, nasce dall’esigenza di esplorare una sensazione
non chiara, indefinibile a parole, che si avvicina ma non si esaurisce nel
concetto di vuoto. La messa in scena di tale nebuloso concetto chiedeva a
gran voce chiarimenti, esemplificazioni, simboli concreti. E’ così che si
sono evidenziati alcuni aspetti di questa vaga sensazione di
disagio:l’impressione di un controllo
esterno sulle
nostre azioni; l’impossibilità del cambiamento se non si rompono i legami
con la realtà artificiale in cui siamo immersi; il bisogno di profondità, di
silenzio, di inazione, di amoralità necessario per percepire l’ombra
nascosta delle cose. Tutto questo non è mai dichiarato o detto
esplicitamente. Si avverte chiaramente però, che nella vita delle due
figurine al centro della storia, qualcosa non va; che magari si è riso delle
strane coincidenze che li perseguitano, ma non c’è proprio niente da ridere.
Il linguaggio utilizzato per raccontare una storia semplice ed essenziale,
che ripercorre a tratti il plot de Le sedie di Ionesco, è in continuo
mutamento. Dopo una prima parte rarefatta, sospesa, che allude ad un
quotidiano impossibile e la cui atmosfera richiama le visioni di De Chirico,
il ritmo dello spettacolo aumenta, passando dalle invocazioni dei personaggi
a quelle di Beethoven, fino al momento topico, la festa: una esplosione
visiva più vicina ad una tela futurista, freneticamente sostenuta dal suono
rivelatore dei Radiohead. Abbiamo presenziato alle prove aperte alla casa
del Teatro di Faenza lo scorso Dicembre, e ricordiamo che la prossima
rappresentazione si terrà a Salerno, dal 17 al 20 Marzo, al Teatro San
Genesio.
↓SUB↓ a.
periodico > n.2 - sub-normali, emergenze della scena
Non
ci sono chiodi fissi nel lavoro di menoventi.
Del resto se guardiamo indietro troviamo solo 1,5 spettacoli. Sarebbero
decisamente premature forme di “attaccamento” più rilevanti di qualche
puntina, qualche pezzetto di nastro adesivo.
Il cruccio che accomuna i due progetti è lo sgretolarsi della realtà di
fronte a fenomeni che ne rivelano il carattere aleatorio ed allucinatorio.
Il caso, una serie di ciniche coincidenze, possono demolire l’edificio
percettivo e le comode stanze del vivere allucinato.
Questo è forse l’unico tema che unisce due lavori completamente
differenti, ne influenza ovviamente la forma e per questo si può respirare a
tratti un’atmosfera comune, dettata dall’ironia della sorte e dal luogo
dell’azione: sempre l’estrema periferia del mondo, ad un passo dall’abisso.
Tutto il resto è eterogeneo. Ogni spettacolo ha vita propria e
l’approccio è completamente differente. Non abbiamo sviluppato un metodo di
lavoro sempre valido e la nostra visione del mondo è confusa e in perenne
metamorfosi.
Gianni
Da sempre faccio teatro per entrare in relazione diretta e aperta con
l’altro. Per superare le barriere della conoscenza fatta di parole e
presentare ciò che sono in forme diverse, con sincerità. Per mettere in
contatto la mia umanità con quella degli altri. E se io sono davvero
sincera… posso essere “l’uomo” e per questo chi guarda potrà identificarsi
con me e riconoscersi, farsi schifo, ridersi addosso, rendersi conto… di
cosa? Mah! Di qualcosa riguardante l’umano.
Consuelo
Il
surreal-popolare: energica freschezza anche nella più cupa tragicità.
Figli snaturati, nati dall´amore per il teatro dell´assurdo di Ionesco e di
Beckett, scegliamo in questi due maestri i nostri genitori (loro però non
ci hanno riconosciuto né alcun test del DNA potrebbe smentirli). Tuttavia ci
liberiamo dall´intrinseca e inaccessibile tragicità dell´incomprensibile,
propria di questo tipo di teatro, per legarci a correnti di natura più
popolare.
Alessandro
Nelle pieghe
della mano
Foglio
stropicciabile quotidiano a cura di Altre Velocità redazione
intermittente sulle arti sceniche Non ho mica vent’anni! -Longiano
2007 Giovedì 3 maggio
MENOVENTI
TEMPERATURA DELL’ASSURDO
«Il
termometro del salotto di casa segna venti gradi. Ma se capovolgi la testa,
potrebbero essere venti sotto zero.» Guardare allo specchio, rovesciare la
realtà, rigirare i dati del normale vivere e sentire. La compagnia Menoventi,
nata all’interno dell’esperienza del teatro delle Albe, con la creazione di
Salmagundi nel 2004, ci presenta In festa, uno spettacolo che
ha alle sue spalle una lunga gestazione: «In questi due anni lo spettacolo
ha continuato a cambiare, trasformandosi soprattutto nel finale. I motivi di
questa “lentezza” sono dovuti in parte alla metodologia di lavoro che
abbiamo scelto di praticare, attraverso una scrittura che si definisce in
corso d’opera, accogliendo le improvvisazioni che nascono durante le prove,
e dovendo fare i conti con le nostre possibilità concrete. Veniamo da tre
città diverse, all’inizio non avevamo uno spazio nel quale provare e ci
vedevamo molto raramente, ogni due mesi… e se da una parte abbiamo saputo
sfruttare queste lunghe pause come momenti di sedimentazione dei nostri
risultati, d’altro canto sappiamo che il non poter fare altrimenti ha
condizionato il lavoro nel suo insieme.»
Menoventi (Gianni Farina, Consuelo Battiston e Alessandro Miele) si rivolge
al teatro dell’assurdo di Ionesco, a una visione decentrata della realtà che
giunga, sulla scena, in forma nuova e “altra”; ma guarda alla fantasia
razionale di Enzensberger e al grande immaginario di evasione degli anni
cinquanta, a partire dalle profetiche visioni di Orwell e di Bradbury, dove
ancora una volta si torna a ragionare in termini di temperatura e di calore.
In festa è uno spettacolo dove si realizza «un teatro che amiamo
definire surreal-popolare, che mantiene la componente illogica del teatro
dell’assurdo e la ricerca di un linguaggio non comune, ma dove abbiamo
scelto di abbandonare la tragicità del non poter comprendere, puntando
proprio a una dimensione popolare, allargata della comprensione di un
sentimento. Senza elitarismi.» Ma c’è un altro punto su cui i Menoventi
insistono, ed è riferito a quelle “mancanze” del sistema che sulla scena
vengono abilmente strasfigurate: «Le due figure dello spettacolo avvertono
subito questa sensazione di mancanza, e cercano di supplirvi con l’esatto
contrario: l’abbondanza, e quindi con una festa. Nello spettacolo abbiamo
evitato di far emergere una morale, di trovare una risposta a quale sia il
modo giusto per riempire questa mancanza che i personaggi vivono e che anche
noi conosciamo e che anche il pubblico, probabilmente, avverte in forma di
disagio».
Serena Terranova
__________________________________________________________________________________
In Festa
Locandina
(.jpg).............................................. (216 kb)
download
Presentazione spettacolo (.txt).......................... (4 kb)
download
Presentazione Compagnia (.txt).......................... (2 Kb)
download
Promo video (.mpeg)........................................ ( ----)
download
Recensione
di
Renato Palazzi
A Milano, da qualche mese, c'è un nuovo spazio
teatrale che - un po' per necessità, un po' per scelta culturale
- si dedica soprattutto ad accogliere gruppi giovani e poco noti, esordienti,
proposte anomale e curiose che per mancanza di esperienza e relazioni
non hanno trovato sbocchi sulle altre ribalte cittadine.
Questo
interessante approdo degli esclusi si chiama PIM, ed è gestito
da un'attrice, Maria Pietroleonardo, e da un regista, Massimo Bologna.
Si trova in una classica area ex-industriale di via Tertulliano, un capannone
ricoperto di vetrate, con una sala di cento posti rimessa in sesto quanto
basta, spoglia ma accogliente.
Sono
andato ad assistere al lavoro di un regista davvero ai primi passi, il
romagnolo Gianni Farina, il cui gruppo ha un insolito nome «climatico»,
Menoventi. Il suo spettacolo, In festa, scritto coi due attori, Consuelo
Battiston e Alessandro Miele - nato in realtà in buona parte dalle
loro improvvisazioni - ha tutti i difetti e tutti i pregi delle «opere
prime»: l'approssimazione stilistica, la tendenza ad accumulare
modelli espressivi diversi, prendendo un po' di qua e un po' di là,
ma anche l'enorme carica di freschezza, la voracità di chi si sta
appena affacciando al teatro e sente il vitalissimo bisogno di mettere
insieme tanti punti di riferimento.
La
sua caratteristica più singolare è il richiamo, consapevole
o meno, a un patrimonio all'apparenza niente affatto generazionale come
il mondo del teatro dell'assurdo, e specialmente di Ionesco. Non è
solo per il fatto che la trama del testo - l'attesa di una festa i cui
partecipanti non arriveranno, o arriveranno solo sotto forma di scatole
con improbabili doni, o di parti anatomiche staccate, una mascella, un
torso, un sedere - ricalca vagamente quella de Le sedie: piuttosto ioneschiani
sembrano anche l'invadenza degli oggetti e certi toni surreali del dialogo,
«hai invitato gli invitati?», «ho inviato gli inviti»,
«prepariamo i preparativi».
Questo
gusto del pastiche linguistico si mescola poi con l'incombere di un'invisibile
autorità superiore - rappresentata da un semaforo che a seconda
del colore autorizza o blocca le azioni dei personaggi - di matrice chiaramente
beckettiana, mentre il dilagare per la scena di biscotti, cocci di piatti
rotti, pozze d'acqua riversate da un lavandino fuori controllo fa pensare
a situazioni tipiche di Rodrigo García: e tuttavia, dietro questo
disordinato sovraccarico di rimandi e citazioni, si colgono notevoli intuizioni
come quella degli ospiti incompleti, e palpita un inesprimibile disagio
che spinge nell'angoscia il vuoto dei rituali quotidiani.
(13
aprile 2006)
HYSTRIO -
Trimestrale
di teatro e spettacolo.
Trentenni
nel grande freddo DELLA MANCANZA
Avere
vent'anni significa responsabilità, dice Silvia Bottiroli con Fossati disegnando "Non ho mica vent'anni”, rassegna ospitata al Teatro Petrella di
Longiano. In Romagna si è mostrata
una generazione inquieta, per la quale il concetto di indipendenza diventa
una fotografia di pratiche che non descrive un modello unico, e che
in molti casi fa della mancanza (di mezzi, di sostegno, di piazze) una
questione prima di tutto estetica. Tra le molte proposte in bilico fra
generi sempre più porosi, attraversiamo qui due lavori
linguisticamente distanti, ma che crediamo possano restituire la felice eterogeneità di questo piccolo e
coraggioso festival. (…) Anche nel
lavoro di Menoventi incombe qualche oscura presenza che traccia i contorni
della realtà. In festa sono due coniugi, che edificano torri di biscotti e lavano stridenti piatti di vetro. Al posto degli
invitati arrivano pacchi regalo con oggetti che la coppia ha appena gettato, da guanti a sgabellini, come fossero errori di sistema rilevati e corretti in tempo reale. Sul fondo
campeggia un semaforo, e i due appaiono sempre più figurine eterodirette a cui non è concessa ribellione.
Altre sfasature interferiscono nel rituale di benvenuto agli ospiti,
slapstick in cui si ricevono pacche e non strette di mano e si danno
bacetti sulle spalle. Il campanello suona di nuovo, giungono pezzi di manichini e la festa ha inizio:
salgno i Radiohead, volano piatti, si pestano guanti, ma il semaforo infine continua a vigilare.
Molti sono i rimandi di questa sorprendente opera prima, dal surreale di Copi ai tempi fuori luogo di
Dick fino alle temperature di Bradbury. Ma più di questi emergono l'ironia e lo spessore di un linguaggio che diventa filosofia di vita, "a Menoventi" appunto, fedele specchio del clima plumbeo di questi anni.
Lorenzo Donati.
UBU SETTETE
PERIODICO AUTOGESTITO DI CRITICA E CULTURA TEATRALE
Taccuino dell'8 Novembre - ore 22.00. Da Ravenna, Menoventi in: “In festa”
La
coppia di “In festa” è compita. La coppia di “In festa” è vestita di bianco
e di grigio. La coppia di “In festa” ha una casa tutta bianca: bianco il
lavabo, bianco il tavolo, bianco lo sgabello. La coppia di “In festa” vede i
colori solo al semaforo: verde: “Ti puoi avvicinare di più”; rosso: “C’è un
cambio d’umore, è bastato un niente”. La coppia di “In festa” si capisce a
un solo sguardo.
La coppia di “In festa” ripete gesti e frasi e si prepara alla festa con
compito entusiasmo. La coppia di “In festa” è molto educata e anche gli
amici sono molto educati: scrive la lettera d’invito, riceve i regali e le
lettere d’accompagnamento. Però le frasi sono sempre le stesse, e anche i
regali sono sempre gli stessi, e anche i gesti sono sempre gli stessi. E
finisce che alla fine tutto questo “essere lo stesso” esplode. Il
marchingegno s’inceppa e i piccoli automi impazziscono. Quando si riprendono
però, ritorna tutto come prima, tutto lo stesso fino alla festa.
È così contemporaneamente compito e surreale questo lavoro che si chiede al
regista se per caso non sia nato da un incubo. E lui invece, ci dice che è
nato improvvisando: fare, ideare, ruzzolare e fermare quanto seduce e
diverte di più. Dopo un anno e mezzo di prove (gli attori della compagnia
stanno uno a Pompei, uno a Faenza, l’altra –me ne scuso- non ricordo
precisamente dove), 1700 biscotti e chissà quanti gesti ripetuti è nato uno
spettacolo che a tratti ipnotizza, di buon impatto e ricercatezza,
sorprendente e piacevole.
Antonia Anania
Recensione
di Iacopo Iadarola
(omero.it)
Meno
venti gradi: Ray Bradbury era un ottimista, per incendiare la cultura
basta molto meno". Così si presentano i Menoventi, giovane
compagnia teatrale del ravennate. Ora invece la parola la prendo io per
raccontarvi del loro ultimo spettacolo, In festa. Allora, si comincia
prima della festa: una donna e un uomo, un po’ toccati, invitano
gli invitati e preparano i preparativi. Lei lava piatti, lui prepara i
vassoi per i biscotti. Gli invitati cominciano a non arrivare e si scusano
facendo recapitare guanti di lattice e pezzi di manichini in scatola.
I due per sdrammatizzare si raccontano barzellette stupide, si lasciano
andare a vaneggiamenti esistenziali non meno caricaturali; ma i loro tempi
sono stabiliti da un semaforo che incombe sulla scena: un deus ex machina
al contrario, che non arriva al finale ma è sul palco ancora prima
degli attori, che non disvela o risolve nulla ma in realtà complica
solo tremendamente le cose con tutto il suo carico semantico irrisolto
e i suoi misteriosi comandi luminosi: gli attori cominciano ad impazzire,
lei lava sempre più piatti, lui impila sempre più biscotti,
sino ad un’esplosione catartica di piatti fracassati e oggetti scagliati
per ogni dove: allora il campanello comincia a svalvolare, il semaforo
ad andar in corto circuito: è arrivato il momento della festa:
parte un pezzo techno dei Radiohead, la coppia e i manichini monchi ballano
inceppati ed estatici in un ditirambo casalingo, e fra urla e isterismi
a vuoto cala il sipario sul semaforo abbattuto.
Bè,
che dire, c’è tutto l’Occidente in questo spettacolo
minimo di neanche un’ora. A parte i raffronti culturali con Beckett,
Ionesco, De Chirico, Depero e Thom Yorke, che ci sono pure ma che contano
poco. A parte questo, al centro c’è un’analisi spietata
del vuoto con cui andiamo a braccetto ogni giorno, della più totale
insignificanza delle nostre vite, dalla vacuità delle nostre edonistiche
aspettative, del totalitarismo soft cui accondiscendiamo come automi e
contro il quale non sappiamo ribellarci e da cui non riusciamo ad evadere
se non in narcisismi da anime belle o in fanatistiche violenze fini a
sé stesse. Sono tematiche, queste, ormai doverose per qualunque
artista voglia scavare un attimo sotto la crosta del trionfalismo e della
fede nel progresso e nella democrazia che ci propinano dietro ogni angolo.
Non sottolineo l’originalità di queste tematiche: no, il
grande pregio dei Menoventi è un altro, è la maniera in
cui ti raccontano tutto questo. Con il vero stile di chi cerca di non
averne uno ma non ci riesce. Con risorse di budget e di culturame limitate,
volutamente limitate, per ogni gesto, per le luci, e per quei due o tre
oggetti sulla scena c’è una cura geniale, da bonsai. O come
nel teatro Noh, dove un pollice e un indice congiunti stanno per una montagna.
Qui il semaforo e i biscotti invece stanno per Adorno e Orwell. I guanti,
i manichini monchi per Marcuse e Debord. I due attori per tutti voi. E
così via. Senza saccenza, senza sproloqui, in un finto raffazzonamento
di registri che va dal comico al drammatico con la più assoluta
nonchalance. Fuori scena Gianni Farina (un terzo della compagnia insieme
ai due attori Consuelo Battiston e Alessandro Miele) mi racconta che lui
e Alessandro a volte per mantenersi hanno dovuto fare anche i pagliacci
di strada. Sai i pantaloni dei pagliacci non hanno le tasche per il portafoglio:
senza documenti, le autorità li hanno caricati in macchina e portati
in questura. Ecco, per chi ha un certo retroterra, per chi è fuori
dalle bambagie di agiatezze che ci ottenebrano la coscienza, certe storie
agghiaccianti e grottesche non c’è bisogno di andarle a pescare
nel teatro dell’assurdo o nella scuola di Francoforte. Le vivono
tutti i giorni, e quando te le raccontano si sente la differenza. Poco
importa che queste esperienze debbano poi rimanere fuori dallo star system
e tutto il resto, la pretesa di arrivare a tutti è il primo precetto
del neocapitalismo, diceva Deleuze. Ma che a voi vi arrivi, per carità,
la prossima rappresentazione è a Salerno, dal 17 al 20 marzo 2007,
Teatro San Genisio. Per maggiori informazioni: www.menoventi.com. Fra
le altre cose sul sito troverete uno stralcio di una poesia di Enzensberger,
che qui vi riporto tutta, perché sono quelle poesie che ti cambiano
la vita.
Divisione
del lavoro
Che
la stragrande maggioranza
della stragrande maggioranza
non capisca pressoché nulla,
per es. poesia, diritti d’opzione,
numeri pseudoprimi,
e mettici perfino
i massimi sistemi-
è più che comprensibile!
La stragrande maggioranza
ha tutt’altre preoccupazioni,
imperturbabile si tiene
ai figli e alle mutue,
letto soldi pop sport,
a tutto ciò di cui la minima minoranza
non vuol sapere nulla.
Dove andremmo a finire
coi nostri cervellini
se tutti pensassero su tutto?
Solo di quando in quando,
in certe interminabili sere,
un’occhiata dall’altra parte,
alla finestra illuminata
dove vivono altri,
e la vaga sensazione di essersi persi qualcosa.
Scritto
il 01.01.07 alle 22:00
In
festa temperatura della realtà
di Lucia Oliva
L'impianto spettacolare costruito dai Menoventi congela e rapisce come promette la temperatura segnata dal nome del gruppo, per avventurare gli spettatori nei territori infidi abitati da questa giovane coppia, Consuelo Battiston e Alessandro Miele, con Gianni Farina che orchestra i pensieri e le azioni trasferendosi in quest'occasione fuori scena, dove ogni passo scricchiola come sul ghiaccio di un'improvvisa consapevolezza. La donnina di casa biancovestita ha a fianco un compagno burlone e farsesco con cui intreccia un dialogo allitterato che si annoda in un prolificare di anafore, in cui gli invitati si invitano, gli ospiti si ospitano e gli spettatori aspettano, insieme ai protagonisti, una festa che non arriverà mai, se non in un finale disastrato e allucinatorio che cade come una scure sulle aspettative dei due personaggi. In festa si dilata e si incanta sul crinale di un'attesa, di cui un semaforo ne lampeggia l'emergenza e un campanello ne frustra il desiderio, facendo apparire in scena, anziché i fantomatici invitati, regali non richiesti che replicano le ossessioni degli attori, condannandoli a una continua ripetizione di minuzie ansiose che sembrano dire dei tanti automatismi con cui si cerca di ignorare l'abisso. Tra echi di Beckett sparsi in un dilagare di arti monchi e manichini mozzati, in uno sfaldarsi di gesti e proposizioni, Menoventi costringe l'assurdo a parlare di quel vuoto inesorabile, di quella mancanza di cui si pensa si orlata la vita e che invece è da questa fondata, ma con la leggerezza e l'intelligenza di chi sa sorridere anche dell'inevitabile.
____________________________________________________________________________________________
Semiramis
HYSTRIO
-
Trimestrale
di teatro e spettacolo.
(Anno XXII - n.1 - Gennaio - Marzo 2009)
Semiramide
sedotta dal potere
Una storia di potere, violenza e lussuria. Ma è il bianco, il colore della
purezza, a dominare. È ovunque: sulle tre pareti che delimitano il piccolo
antro isolato dal mondo, sul pavimento e sul vestito della donna, che qui
regna. È l'attrice Consuelo Battiston, con la sua perfetta comicità che
distilla un'angoscia terrificante, a dare vita all'immaginario dell'antica
regina di Babilonia. È Semiramis, avvolta dai Menoventi in una camicia che
assomiglia molto a una divisa da manicomio. L'ambiente è semivuoto: restano
solo uno specchio e uno sgabello. In questa sorta di stanza da bagno la
donna vive prigioniera dell'ossessivo desiderio di raggiungere un potere
illimitato. Il suo volto è continuamente trasfigurato da inquietanti
maschere facciali e i suoi gesti, fatti di membra tese, trasportano quel
corpo verso il pubblico che fin dall'inizio entra a far parte della scena,
ritrovandosi riflesso nello specchio. Ispirato al dramma di Calderón La
hija del aire e alla riscrittura del testo di Enzensberger, lo
spettacolo si sviluppa attraverso gli equivoci generati dal dialogo surreale
che Semiramis instaura tra le parole che pronuncia e quelle che scrive sui
muri attraverso alcuni oggetti da maquillage. Sulla parete sinistra una
profezia sotto forma di rebus, al centro una corona stilizzata e vicino i
nomi di Menone e Tiresia: sono alcuni brandelli della tragica storia della
regina e della sua brutale tirannia. Le musiche e il cambiamento delle luci
ci fanno attraversare i luoghi che Semiramis percorre oltre passando lo
specchio o un varco sul muro. Ma è sempre dentro lo stesso spazio che la
regina ricade, schiava delle sue allucinazioni. E le ombre crudeli di se
stessa sono lì ad attenderla, negandole la possibilità di riconoscersi uomo
o donna: si dà la cipria come se si radesse, s'ingella i capelli quasi come
un uomo, urina in piedi e si tratteggia i baffi. Alla fine, oltrepassando
quel minimo confine che la separa dal pubblico, giunge a istituire un vero e
proprio dialogo con quest'ultimo: rivolgendosi sempre più direttamente agli
spettatori di quella che sarà la sua ultima atrocità, chiamerà i suoi
sudditi e li metterà a giudizio dalla sua follia.
Francesca Giuliani
SIPARIO
(novembre 2008 -
numero 712)
Segnali
dalla nuova scena
“EXTRA – segnali dalla nuova scena italiana”, conclusosi a Forlì il 2
novembre, è un progetto che si pone concretamente l’obiettivo di aiutare i
giovani artisti a costruirsi un futuro. Ideato e coordinato da Andrea Nanni,
sostenuto da diversi enti dell’Emilia-Romagna, oltre che dall’ETI, si
rivolge a giovani professionisti tra i 18 e i 35 anni che operino
nell’ambito delle arti performative, “con particolare attenzione alle
creazioni fuori dai confini di genere, nei territori fertilmente
indisciplinati in cui si intrecciano linguaggi diversi sotto il segno di un
rinnovato confronto tra scena e realtà”. Per una più approfondita
documentazione si rimanda il lettore al sito del GAI, l’Associazione per il
Circuito dei Giovani Artisti Italiani: www.giovaniartisti.it.
Il vincolo della fascia di età – uno degli elementi qualificanti del
progetto – era esteso anche all’osservatorio di dieci giovani critici e
operatori teatrali, cui toccava il compito di selezionare, fra le 207
domande pervenute, le creazioni da inserire nella rassegna di Forlì, in
lizza per tre premi: una borsa in denaro (10.000 euro) e due residenze,
rispettivamente di un mese, a Terni, in occasione del festival Es.Terni, e
di due settimane, presso il Centro Zooculture di Catania.
In quattro giorni, scanditi dalla puntuale e generosa organizzazione
logistica della compagnia Masque Teatro, si sono visti i dodici lavori
selezionati: un panorama artistico vivo e vitale della creatività giovanile.
Tanto che la giuria si è trovata in imbarazzo nell’attribuire i premi, e ha
poi deciso di ripartirli fra i tre ambiti espressivi presenti, cioè
performance, danza e teatro, anche se ciò ha forse penalizzato alcune
interessanti proposte più specificamente teatrali.
(…)
A Semiramis, di Menoventi, veniva assegnato il secondo premio “per la
capacità di reinventare un teatro totale in cui la dimensione attorale,
quella spaziale e quella immaginifica si fondono in un impasto originale
felicemente in bilico tra tradizione e innovazione”. Qui un’attrice dai
tratti picassiani, non canonici del viso, dal timbro vocale volutamente
aspro, rivisita il truculento mito della regina Semiramide. E da sola,
grazie ad una sorprendente presenza scenica, cattura lo spettatore,
coinvolgendolo in una serie di falsi finali, di ammiccamenti giocati con
sapienza drammaturgica, nei registri di un’ironia amara che diviene anche
comicità feroce, sottolineata da stridule risate. La parola orale,
arricchita da rumori fuori scena, da ben costruiti giochi d’eco, diviene
elemento grafico, con scritte dal colore scostante tracciate e cancellate
sulla lucida superficie piastrellata della scatola scenica.
(…)
Una vetrina di prodotti creativi che, oltre ad esplorare forme estetiche
nuove, a creare meticciati di genere, si pongono, a volte, anche come occhio
critico sulla società contemporanea, segno di una rinnovata, e consolante,
tensione etica e civile presente nelle nuove generazioni.
Claudio Facchinelli
Teatri delle diversità - Catarsi, n° 48,
gennaio 2009
Nella rassegna “EXTRA” di Forlì non c’è l’eclisse della parola
Dodici segnali della nuova scena
La
rassegna EXTRA – segnali dalla nuova scena italiana, tenutasi a Forlì fra la
fine di ottobre e l’inizio di novembre, ha una caratteristica particolare: i
dodici lavori presentati, prodotti da artisti sotto i trentacinque anni,
sono stati selezionati, fra più di duecento, da un osservatorio costituito
da critici ed operatori teatrali della medesima età. Offre quindi uno
spaccato di notevole interesse sulle tendenze, i gusti, le poetiche degli
artisti dell’ultima generazione. La domanda più immediata che ci si pone di
fronte alla varietà di forme e registri espressivi presenti nelle proposte,
generalmente di buona qualità (la giuria, per ammissione del suo presidente,
Andrea Nanni, si è trovata in difficoltà nell’individuare i tre lavori da
premiare), riguarda il ruolo che, oggi la drammaturgia riserva alla parola.
(…)
La parola trova la sua centralità in Semiramis, di Menoventi (spettacolo
premiato con una residenza a Terni), dove una sorprendente Consuelo
Battiston (volto atipico, fisico minuto, una sobria tutina di tela bianca)
si cimenta con Calderon de la Barca, movendosi in una claustrofobica scatola
piastrellata che suggerisce i servizi igienici di una stazione ferroviaria,
dalle pareti ingombre di frasi tracciate, anche a vista, in uno scostante
colore terroso. Ma è specialmente la presenza scenica di Consuelo, il gioco
ironico, al limite del sarcastico, con cui smonta il truculento, barocco
impianto verbale del testo, la varietà di registri sonori, a volte aspri e
striduli, i reiterati, beffardi falsi finali, a catturare lo spettatore per
quasi un’ora.
(…)
Eclissi della parola quindi, nella nuova generazione? Non si direbbe.
Semmai, un rapporto nuovo col verbale, che supera l’oralità tradizionale,
che ne denuncia un utilizzo spesso patologico, distorto; che s’incrocia col
segno da essa generato, con l’anarchia del graffito. Tendenze non banali,
che potrebbero avere sviluppi fecondi.
Claudio Facchinelli
La differenza – settimanale
di cultura - Anno 1 Numero 35 Del 20 - 10 - 2008
I
due volti del potere
La lettura
del mito di Semiramide ad opera di Menoventi
Graziano
Graziani
Attorno alla figura di Semiramide, mitica regina dell’Assiria, si è
sviluppata una serie di leggende variegate e contraddittorie fin
dall’antichità. Se Erodoto ne esalta le qualità di statista, in grado non
solo di espandere il proprio regno, ma anche di edificare opere mirabili
come i giardini di Babilonia, Dante ne fa invece uno dei personaggi del
quinto canto dell’inferno, la cui lussuria sarebbe stata talmente smodata da
spingerla fino all’incesto con il figlio.
Ma dietro la fama di donna crudele, si nasconde una crudeltà subita da
bambina che avrebbe portato Semiramide ad essere quello che è. Almeno questa
è la visione del drammaturgo spagnolo Calderón de la Barca nella "gran
commedia" La hija del aire del 1653 (e della riscrittura che ne è stata
fatta ad opera di Hans Magnus Henzensberger), traccia principale della
Semiramis di Menoventi, ultimo lavoro della compagnia emiliana, presentato
in fase studio al festival Kilowatt e ad Es.Terni.
La forte ambivalenza tra vittima e carnefice nel personaggio della regina
assira si presta perfettamente alla riflessione sul potere di Menoventi,
completamente giocata sul doppio del potente. Un doppio che è rifrazione
della condizione di sudditanza (il potere è sempre potere che si esercita
“su qualcun altro”, e il concetto di potere si specifica come “la facoltà o
l’autorità di agire”), ma anche della dimensione umana, che nell’esercizio
del potere al contempo si ipertrofizza e si annulla.
La scena asettica in cui si muove Semiramide ricorda un bagno. Ma è un bagno
senza alcuna uscita, né sanitari, né oggetti: una vuota stanza piastrellata,
ossessiva nel suo biancore da cui è impossibile sottrarsi. La prigione della
bellezza (nel mito è una grotta, dove la bambina viene rinchiusa per
sottrarla al suo destino di portatrice di violenza, poiché nata lei stessa
da violenza), racchiusa tra le pareti del make-up quotidiano. Una prigione
contro la quale Semiramide rivolge gli stessi strumenti della seduzione
femminile, i cosmetici, usati come una lama o una penna che, nel tentativo
di comunicare con l’esterno, dilania il biancore compatto della prigione con
rebus di parole dal sapore enigmistico. Ma l’enigma da sciogliere è quello
che si presenterà a Semiramide una volta uscita, quando constaterà che
l’esterno (la villa di Menone, il condottiero che l’ha liberata per
sposarla) è del tutto identico all’interno: tra dentro e fuori non c’è
differenza.
Se nella prima parte tutto ruota attorno all’autismo di personaggio
rinchiuso – e qui la regia di Gianni Farina è abile nel giocare con i miti,
con una Semiramide che interagisce con l’eco della sua voce, che restituisce
sillabe e iati finali dei suoi discorsi (-no, -si, -io) tramutati nella sua
mente in risposte alle proprie domande, per poi liberarsi dalla sua
prigionia passando, come la Alice di Carroll, attraverso quello stesso
specchio che le rimanda la sua voce –, nella seconda parte lo spettacolo
cambia di segno. Semiramide si rivolge al pubblico, lo apostrofa, lo
insulta, come farebbe da despota con il suo popolo, e in questo potente
rovesciamento del meccanismo scenico la regina chiama in causa chi se ne
stava fermo a guardare. Chiama in causa, cioè, il doppio della dimensione
teatrale, il pubblico comodamente seduto in platea, e così facendo gli
ricorda che tutto questo riguarda anche lui.
Il mito prosegue con l’assassinio di Menone e il matrimonio di Semiramide
con re Nino, il fondatore dell’impero assiro-babilonese (ovvero re Adad
Nirari, in lingua assira, come la regina rispondeva al nome di Sammuramat).
Alla morte di Nino, Semiramide sfrutta la straordinaria somiglianza con il
giovane figlio (ennesimo doppio, potenziato dalla forte componente mascolina
della regina, che orina in piedi e si imbratta coi cosmetici come farebbe un
bambino) per salire al trono e prendere il potere. Sarà poi lo stesso Ninias
(Addu Nirari III) a contrastare il progetto assolutista della madre
riportando l’ordine e la giustizia nell’impero.
Ma come in Calderón de la Barca non c’è una condanna totale di Semiramide,
le cui qualità straordinarie sono addirittura esaltate, il potere “ferino”
impersonato dalla regina (una Consuelo Battiston dalla straordinaria
presenza scenica) non soccombe affatto davanti alla morale “buonista” del
potere di Ninias. Anzi, l’accostamento ha l’effetto di mettere in evidenza
l’equivoco su cui si fonda la separazione tutta contemporanea tra il
concetto di “amministrazione”, regolato da un presunto buon senso, e quello
di “esercizio del potere”: una distinzione che nega (o quantomeno occulta)
la responsabilità morale che c’è dietro “la facoltà di agire”, di cui invece
la smodatezza di Semiramide non fa mistero. Lei stessa lo ribadisce,
affermando in un momento dello spettacolo: “il mondo ha fatto di me una
puttana, e io adesso ne faccio un bordello”.
Invece spersonalizzando l’esercizio del potere, che si esercita sempre “su
qualcosa o qualcuno”, anche le deviazioni di questo potere – che si
trasformano in sopraffazione – non sono più riconducibili a una singola
volontà. Così, ad esempio, nell’Italia democratica e rispettosa dei trattati
internazionali, è possibile che si verifichi una quotidiana sospensione dei
diritti dei migranti nei centri di permanenza temporanea, in nome della
gestione (ovvero, amministrazione) dei flussi migratori che interessano
l’Europa, o che si prendano le impronte ai bambini di una minoranza etnica
comunitaria.
Nella visione di Menoventi, il potere è un moloch che inghiottisce tanto chi
lo subisce quanto chi lo esercita. Lo sottolinea lo stesso Gianni Farina in
un’intervista a Es.Terni rilasciata a Valentina Capati, quando cita un
saggio di Enzensberger – autore caro a questa formazione – dal titolo Pietà
per i politici, dove si afferma che chi ha in mano il potere si incastra in
un meccanismo dal quale uscire è quasi impossibile. Quando questo meccanismo
non ha un volto, sono allora l’intera società e suoi valori a restare
invischiati nella tela del potere; a quel punto, l’avvicendamento di chi lo
amministra non può che spostare il timone di qualche frazione di grado,
senza cambiare realmente le coordinate (di normalizzazione, di sviluppo) che
l’imbarcazione continua inesorabilmente a seguire.
Altre
velocità
redazione intermittente sulle arti sceniche contemporanee
Le macchie del
candore. L'innocenza della Semiramis dei Menoventi
«Menoventi è un
dato, una temperatura. Che sia fredda, freddissima, poco importa, basta
andare a casa e guardare il termometro al contrario. Oppure mettere
sottosopra la realtà». Così si presentano i Menoventi; fa loro eco la
risoluzione di Semiramide, protagonista del loro recente spettacolo: «E
siccome il mondo ha fatto di me una puttana, adesso io ne faccio un casino».
Le loro qualità eversive sono state riconosciute al concorso Extra 2008, in
cui Semiramis si è aggiudicato il secondo premio per «la capacità di
reinventare un teatro totale in cui la dimensione attoriale, quella spaziale
e quella immaginifica si fondono in un impasto originale felicemente in
bilico tra tradizione e innovazione».
Il merito si imprime con immediato impatto a livelli percettivi
stratificati; qui ne esploriamo alcuni.
Abbagliante e agghiacciato è il candore dell’intimo spazio scenico,
edificato da piastrelle asetticamente bianche e ossessivamente regolari, che
con forza centripeta si schiude allo sguardo grazie ad una pianta
trapezoidale che rende indefinito il confine tra palcoscenico e platea e
diverge verso il pubblico, abbracciandolo ed introiettandolo. Simile ad un
bagno pubblico, eppure purgato di oggetti, arredi, eventuali sanitari: uno
sgabello e un mobiletto con specchio, soli. Sola, una donna, candida di una
veste da internata, di un’espressione disorientata, interrogativa, timida.
E’ già presente in scena, seduta sullo sgabello a scrivere per terra con i
piedi: “c’è qualcuno che vuole venire qui?”.
L’allestimento ricorda Purificati di Marco Plini (Biennale del Teatro di
Venezia, 2004): un agone bianco con spigoli al neon; e il personaggio ben
s’inserisce in un clima kaneiano: con la sua perplessità, l’entusiasmo
trattenuto o manifesto e deluso, gli scatti dinamici, vanificati per quanto
prima studiati da attenti e circospetti occhi scrutanti, il corpo teso e a
tratti spastico, a tratti robotico. Rispetto alla tragicità disperata della
Kane c’è un’ingenuità adolescenziale di certo più leggera ed ironica, ma in
definitiva non sicuramente meno cupa. Se siamo in un bagno, di un bagno
scolastico si tratta, dove i muri sono fogli più allettanti e comunicativi
dei quaderni. "Semiramis ♥ Tiresia”, “non dirmi di stare zitta” e altre
sillabe che via via si scompongono e compongono violano una fittizia purezza
con la punta del rossetto o di dita imbrattate di cipria: cosmetici
femminili riscoprono e reinventano la propria natura espressiva.
Semiramis o Semiramide è in un luogo non mentalmente igienico. Di chiusura,
reclusione, isolamento afasico. E la scrittura trasgredisce l’interdizione
della parola propria della dimensione autistica in cui la solitudine relega,
realizzando un dialogo che non si dà. Il desiderio di tendersi ad un altro
ed un altrove è percettibilmente represso, nella migliore delle ipotesi
fallacemente sospeso. La protagonista vede il pubblico ma sa di essere
osservata, distanziata, e se ne sta al suo posto, nel suo ruolo, non
tentando un’interazione salvifica.
«C’è qualcuno?» dice a voce alta ad un vuoto che la riecheggia. Con quest’eco
e con lo sdoppiamento della protagonista allo specchio, la drammaturgia
varia la regolarità del monologo e introduce un interlocutore reattivo ma
ieratico. Nascono raffinati giochi linguistici tra domande e finali
monosillabici (no, -si, -io, re, è, -amo), che illuminano un volto avvilito.
E lo ingannano. Perché la follia è in primis ambientale e contestuale:
stordisce chi ad essa non si adatta. D’altronde una profezia incompleta
accennata di lato proclama: “sei nata da violenza” - «capita!», controbatte
la donna leggendo; e nelle successive due righe il termine “violenza”
smaccatamente si ripete.
«Tiresia voglio uscire!» Il gioco non regge molto la tensione del desiderio
di amore, libertà, piena esistenza. E la scena comincia ad essere sfondata:
la prima via di fuga passa attraverso il mobiletto, la cui anta specchiante,
ruotando nell’aprirsi, riflette il pubblico e lo rende compartecipe degli
accadimenti. Semiramis esplora il retroscena, mentre scattano musiche da
calvacata e fanfara che frangono il silenzio in modo roboante ed epico.
Rientra eccitata: sostituisce “Menone” a “Tiresia” nella dichiarazione
d’amore. Accanto, sulla parete di fondo, disegna una cornice: una finestra?
Basta schizzarlo e lo spazio si inventa, varia, si modula al tratto. Il
riquadro accoglie un ritratto: prima il proprio, con cui confrontarsi; poi
quello di un re, da toccare ed amare. Ma Semiramis, segregata da immemore
data da Tiresia, si e ci chiede: «Un maschio è fatto così?»; e prova le
battute di un dialogo con un amante a venire. Non essendo corrisposta, con
rabbia scaglia un oggetto e colpisce il muro: le mattonelle cedono in
corrispondenza della corona abbozzata. Semiramis capisce il trucco e affonda
colpi sulla sagoma del re desiderato. La attraversa, saluta la libertà e
l’amore, ed esce.
Ritorna, come rinata, splendente, sicura di sé. Ha un detergente: cancella
la profezia che in realtà subisce un effetto evidenziatore; deterge se
stessa ma il risultato è imperfetto. Ricorda Macbeth, con le sue mani
irrimediabilmente macchiate. Ma lei si affaccia al proscenio raggiante.
Calano le luci. Il pubblico applaude. Inchini di consuetudine.
L’attrice protagonista, Consuelo Battiston, risulta già straordinaria nel
disporre il proprio corpo al servizio di un personaggio che attraverso esso
esprime un’interiorità tesa e contorta; singolare nell’assumere volti
espressionistici, proponendo un corrispettivo femminile di Totò; versatile
nell’alterazione nevrotica che ci fa intravedere una giovane Ermanna
Montanari. E lo conferma ulteriormente nella seconda parte.
Infatti, le luci si accendono, lei ringrazia ma si lamenta: “Basta, bravi,
la prossima volta, vorrei almeno sentire gridare il mio nome”. E lo
spettacolo sorprendentemente riprende.
L’apertura sulla sagoma del re si è rivelata soglia nuziale e non via
d’uscita ma transizione ad uno status apparentemente altro, in realtà
identico al precedente. Divenuta regina, Semiramis non è meno sola ma il suo
atteggiamento muta e la libertà conquistata si traduce in libertà d’essere
imperiosa, derisoria, persino sadicamente violenta: pretende applausi,
fiori, soprattutto risposte; bandisce assemblee in cui detta gli ordini del
giorno, anzi, del momento e le loro beffarde risoluzioni; al silenzio
controbatte con una dialettica più decisa e aggressiva e alla fragilità pur
contestataria del passato subentra una fredda impassibilità. Addita il
pubblico colpevolizzandolo di aver «sbattuto gli occhi» o di «pensare ad
altro»: tutti possono essere coinvolti, colpevoli, esposti alla minaccia e
ad un’implicita punizione. La risata si fa più frequente ma di una
stupefatta perversione e l’humor linguistico si raffina ulteriormente. E’
l’ora della vendetta? Pur semiserio e irrisolto, si resta nella dimensione
del gioco.
E con ilarità infantile la nobildonna si piscia addosso per sottoporsi ad un
test di gravidanza, misteriosamente immesso in scena e accolto come un
«ambasciatore». Sbrigata la conoscenza attraverso istruzioni per l’uso da
cui «c’è sempre da imparare» e attraverso l’attesa – a cui «ci sono
abituata» - di due precisi minuti, l’angelo reificato annuncia, con una
risposta affermativa, l’imminente arrivo del principe «Sì» – che «sarà un re
di polso» – ad esaudire l’iniziale richiesta: «C’è qualcuno che vuole venire
qui?». Alle piastrelle del «qui», infatti, Semiramis si approssima, le alza
e scruta. «Che sia il figlio se volete il figlio!», e nel buco e nel buio si
tuffa. Perché nessuna regina è sovrana rispetto ad un destino prestabilito;
ed il vaticinio detta: “sei nata da violenza / semini violenza”.
Quando la scena si illumina nuovamente, il suo corpo steso a terra a poco a
poco si rialza e assume una nuova identità: cambia trucco, diventa il figlio
e chiama una madre che non c’è. Si approssima al muro della profezia e la
conclude: “...semini violenza / con violenza perirai”. L’azione è scritta,
non agita, e la scrittura non si limita a comunicare ma è effettuale. La
morte non è andata in scena ma è accaduta scrivendosi; resta da verificare
quanta violenza sia stata seminata.
Semiramis e Sì condividono un’analoga solitudine, un’analoga iniziale
titubanza ma lui appare più pacato nei modi. Annuncia riforme di giustizia e
legifera con sillogismi tautologici che si autodemistificano: «in tempo di
guerra i nemici saranno abbattuti, gli amici ricompensati; in tempo di pace
i nemici saranno ricompensati, gli amici abbattuti – è giusto». La morale
“buonista” mette in evidenza l’equivoco di un’amministrazione regolata da un
presunto buon senso, in antitesi alle smodatezze di Semiramide: «buon
governo ai governatori, buon consiglio ai consiglieri, buone maniere alle
nostre mani, buon senso ai sensitivi, buon giorno ai giornalisti, buon
Natale ai Natali, buona Pasqua ai Pasquali, buoni pasto ai pastori»...
Il cerchio (e lo spettacolo) si chiude e schiude il senso dell’oracolo
quando il nuovo re assume l’espressione materna e si smaschera: «ci siete
cascati, eh? sono sempre io»; c’è di nuovo Semiramis in scena, ma in quale
corpo? nel suo o in quello del figlio? Il gioco col doppio diventa sottile e
l’unica certezza e la conferma di un’etica geneticamente condizionata.
L’ipotesto della messinscena è La figlia dell’aria di Calderón de la Barca e
questo è solo uno degli indicatori dell’erudizione dei giovani componenti
della compagnia: Dürenmatt Bataille Enzensberger, Camus, Agamben, Giràrd
sono gli altri nomi citati nelle interviste offerte nel 2008 ai riflettori
di Ex.Terni e del Premio Extra. Pure la colonna sonora gode di articolazione
e nobilitazione grazie ad innesti ricercatamente classici.
Ma lo spessore culturale non passa intellettualisticamente e questo è un
merito: si sostanzia in una sapienza teatrale già prossima alla maestria; in
un linguaggio ironico o umoristico che si vuole, a detta degli autori, per
certi aspetti “popolare”, capace di una comunicatività di massa; in una
vivace alternanza di momenti che elude ombre di mono-tonia, in senso lato;
nel sovvertimento di un’impostazione canonica e retorica della messinscena a
cui siamo assuefatti quando si trattano i classici.
I Menoventi sono Consuelo Battiston, Gianni Farina e Alessandro Miele. La
compagnia nasce dall’incontro tra Gianni e Consuelo a Santarcangelo
nell’autunno 2001, durante il progetto Zampanò. Uniti da comune sentire
teatrale, i due collaborano all’organizzazione di laboratori per le scuole,
seminari e spettacoli, fino alla scoperta di Alessandro, nel novembre 2003,
all’interno del corso di formazione Epidemie, guidato Marco Martinelli e
Ermanna Montanari. Con le Albe vanno in scena in Salmagundi nel luglio 2004.
Nel 2006 In festa è lo spettacolo che li lancia. Fin dall’inizio condividono
la scelta di non attribuirsi distintamente i ruoli regista, drammaturgo o
scenografo, individuando nella sinergia l’ingrediente magico della loro
creatività.
Silvia De March
TeatroTeatro.it
Semiramis
Semiramis è la leggendaria regina a cui si attribuisce la costruzione dei
Giardini pensili di Babilonia di cui Calderòn de la Barca narra nel suo
La hija del aire. La già lodata compagnia Menoventi, mettendo in
scena la propria Semiramis (progetto vincitore del premio “L’oro del Reno” e
finalista del premio nazionale “Extra”), parte esattamente da questa storia,
sminuzzandola, spremendola, cercando di farne uscire intenso il succo o il
sangue.
Perché la loro Semiramis è una donna intrappolata in una eterna prigione, un
bagno bianco e senza servizi igienici sulle quali pareti risplendono, di
colore rosso o nero, scritte d’amore, frasi crudeli le cui lettere indicano
un terribile destino. L’attrice Consuelo Battiston è sola al centro di tale
stanza se non fosse per lo sgabello metallico, sul quale ogni tanto si
siede, e un armadietto-specchio, appeso alla parete, che improvvisamente si
apre, come una possibile via di fuga dalla prigione che da sempre la
intrappola. Sulla parete sinistra, come in un cruciverba, la scritta:
completa la profezia. Perché in effetti quello che Semiramis farà in questa
prigione sarà proprio compiere il suo terribile destino. Questa stanza
illuminata dalla luce di neon bianchi o cupamente e gelidamente azzurri,
diviene spazio da esplorare, spazio in cui Semiramis si muove cercando la
liberazione.Ma è anche altro.
Queste mura bianche, queste scritte sui muri che la donna legge, cancella,
riscrive con i pennarelli, i rossetti, i trucchi trovati nel bagno,
divengono suoi interlocutori. Semiramis dialoga con un alter che non vede,
che fa parte di se stessa, con l’eco della sua voce che proviene da un
altrove in cui spera di trovare salvezza, con un tempo che rimane immobile e
che pure scorre sul suo corpo. Perché è il corpo dell’attrice, la sua voce,
i suoi movimenti perfetti a segnalare il procedere della drammaturgia. I
vari momenti della storia di Semiramis vengono raccontati dal corpo di
Consuelo Battiston che pur rimane imprigionato in una spazio sempre
identico a se stesso.
Semiramis si esprime attraverso la bravura dell’attrice con le diverse
partiture dei suoi movimenti fisici. Prima muti e burattineschi, poi da
regina forte e affascinante il cui desiderio e volere è incontrastato. Il
suo è un personaggio dalle personalità multiple che dialogano tra di loro,
prive di qualsiasi morale. Un personaggio sempre polivalente e
schizofrenico che si mostra nella sua eterna solitudine senza riuscire a
smascherarsi mai completamente, racchiudendo in se il phatos e il logos,
l’Apollineo e il Dionisiaco Nietzschiano, la razionalità e "l’infernalità".
Ma la prigione nella quale è rinchiusa pian piano “si allarga” perché
Semiramis non è più sola e, quando pensavamo che la condanna della sua
tragedia fosse ormai giunta, ecco che lei si rivolge al pubblico, ecco che
il pubblico rientra pian piano nella messa in scena. La regina lo
interpella, lo deride deridendo un’altra parte di se. Perché noi, adesso,
non siamo altro che frutto della mente di Semiramis, delle sue
allucinazioni, dei suoi inganni, della sua eterna solitudine.
Distrutto l’Io, il Lei e il Noi non rimane che partecipare alla vita di
Semiramis, rinchiusi come siamo tutti, dalla gabbia del misero desiderio di
potere.
Uno spettacolo che lascia letteralmente senza fiato.
Curiosità:
La
storia di Semiramis: nata dalla violenza subita dalla Ninfa Darceto da parte
di un cacciatore, priva di madre e di padre, Semiramis, viene affidata da
Venere a Tiresia, con la raccomandazione di non essere mostrata ad alcun
uomo poiché il suo destino sarebbe stato quello di trasformarsi nell’orrore
del mondo, portando con sé tragedia e morte. Chiusa in una grotta, dopo
vent’anni viene però liberata dal generale Menone con il quale inizia una
nuova vita in campagna, isolata dal mondo. Dalle mani del generale passa
rapidamente a quelle del re Nino che, incontrato per caso, si innamora
pazzamente di lei. Morto in circostanze misteriose anche quest’uomo,
Semiramis approfitta della sua straordinaria somiglianza con il figlio, lo
rinchiude e si sostituisce a lui, continuando a regnare sotto mentite
spoglie fino alla sua violenta morte.
(Matteo
Antonaci)
____________________________________________________________________________________________
InvisibilMente
CARTA
La tela
invisibile dei Menoventi
1
ottobre 2010 - Graziano Graziani
La compagnia Menoventi è una tra le realtà più interessanti dell’ultima
generazione teatrale, lo dimostra la grande capacità inventiva e la
versatilità di linguaggio che questa giovane formazione faentina – composta
da Consuelo Battiston, Gianni Farina e Alessandro Miele – utilizza di volta
in volta nei suoi spettacoli. C’è più di un fil rouge che attraversa i
lavori di Menoventi, da un gusto per la comicità surreale al ragionamento
sul pubblico come spettatore che si riscopre attivo e partecipe – il
tentativo cioè di innescare delle epifanie di coscienza in chi guarda, che
si scopre parte del meccanismo senza dovervi essere incluso a forza, e un
po’ forzosamente, come accadeva negli anni Settanta. Senza preoccuparsi di
creare uno stile riconoscibile, Menoventi lavora cercando di volta in volta
la soluzione migliore per l’interrogativo che è al centro della creazione a
cui si dedica – una particolarità preziosa, che dimostra profondità di
ragionamento, e assai rara in un panorama artistico dove si insiste in
maniera eccessiva a presentare le compagnie teatrali come portatori di un
determinato “brand” estetico.
Il piccolo ma tagliente gioco di «Invisibilmente» è un summa di questi
elementi. Due maschere prendono tempo per uno spettacolo – presumibilmente
straniero, visto che in scena c’è solo uno schermo per i sovratitoli – che
non comincerà mai. Una gag dai toni comici semplici ma riusciti, grazie alla
mimica di Battiston e Miele. Ma il vero nodo dello spettacolo è altrove,
nello schermo dei sovratitoli che si anima e descrive quello che accade in
scena, persino anticipando le azioni delle due maschere. Ai toni comici, che
crescono, si aggiunge questo meccanismo da grande fratello di cui non
sveliamo troppo la forma, che interroga il pubblico sul libero arbitrio, su
quanto le nostre azioni siano eterodirette o quanto invece siamo noi stessi
ad adeguarle ad un modello perché lo intuiamo come l’unico orizzonte
possibile entro cui compiere le nostre azioni, una “tela invisibile” (tema e
titolo del lavoro) da cui non è possibile fuggire. Questo interrogativo
interesserà il pubblico più di quanto il pubblico non si aspetti, grazie a
un geniale meccanismo che segna l’apice dello spettacolo, e che ci ricorda –
a noi colti e smaliziati spettatori che guardiamo (e forse giudichiamo)
comodamente seduti in poltrona – che nessuno, ma proprio nessuno è fuori
dalla tela, e che spesso questo avviene non senza una ragione, ma a causa di
una nostra precisa volontà.
[da Carta n°32/2010]
HYSTRIO
-
Trimestrale
di teatro e spettacolo.
(Anno XXIII - 2/2010)
Quando è uno
schermo a dare spettacolo
Due malcapitate maschere di qualche sgangherato teatrino - Consuelo
Battiston e Alessandro Miele in abito nero d'ordinanza - si trovano a far
fronte a un imbarazzante impasse.
Sovrastati da uno schermo, su cui compare la scritta «Benvenuti!», i due
annunciano al pubblico l'imminente inizio di uno spettacolo e di una grande
sorpresa finale. Ma nulla accade. Tutto ciò che comunicano agli spettatori,
come cause del ritardo o per riempire l'attesa (dai problemi tecnici alle
caratteristiche del teatro), non fa altro che aumentare il disagio. Non
solo. Lo schermo sembra animarsi di vita propria e comincia a descrivere e a
commentare le loro azioni, mandandoli in crisi. Ora è lui, lo schermo, a
diventare il vero
protagonista dello spettacolo. Ammiccando un po' a Orwell e un po' a
Pirandello, i Menoventi azzardano l'affondo in temi epocali, come quelli
dello scarto tra realtà e finzione, tra ruoli codificati e loro
ribaltamento, ma anche del vuoto esistenziale sotteso ai mondi artificiali
creati dalla tv. Già, ma questo mondo preconfezionato, apparentemente
rassicurante, ora si erge a giudice delle nostre (non) azioni. Sorta di
Golem del nuovo millennio, che usa la forza mediatica come strumento per
spodestare le certezze dell'uomo-demiurgo, lo schermo comincia a dettare le
regole di fruizione dello spettacolo, mettendo in fuga le due maschere
imbarazzate e impaurite. Si ride, ma con inquietudine crescente, delle
gags slapstick della coppia
Battiston-Miele, perché, alla fine e quasi senza accorgercene, di questo
giochino apparentemente innocuo diventiamo complici (vittime?) proprio noi
spettatori. Benché con il respiro un po' corto del "frammento", tanto di
moda fra le giovani compagnie, è innegabile che questo InvisibilMente sia un
lavoro arguto, di personalissima cifra e godibile a più livelli di
profondità, soprattutto perché - merce rara in questi tempi di ottuse
seriosità pseudointellettuali! - riesce ad affrontare questioni molto serie
col valore aggiunto della comicità, della verve
surreale e di una gustosissima (auto)ironia.
Claudia Cannella
RAVENNA & DINTORNI
Una sera in un circo a Fusignano, forse lo spettacolo non avrà inizio
Lorenzo Donati
Entriamo in sala, due
maschere ci offrono arachidi da una ciotola. Attendiamo che le luci si
spengano, il pubblico è arrivato, l’attesa cresce. Eppure, non succede
nulla. Le maschere, un ragazzo e una ragazza, si guardano imbarazzate. Vanno
al centro, comunicano che tutto è quasi pronto, tra breve avrà inizio lo
spettacolo. Sorridono, cominciano a sudare. Litigano con un presunto tecnico
seduto a una consolle, tornano al centro. Raccontano che il tendone in cui
ci troviamo, per lo meno, è ignifugo.
Se e quando la rappresentazione avrà inizio, lo
sapremo domenica 7 dicembre, alle 21, a Fusignano, all’interno del tendone
da circo che ospita Invisibilmente della compagnia Menoventi. Lo spettacolo
è inserito nel “teatro errante”, progetto ideato dal teatro stabile
dell’Emilia Romagna Ert, che prevede altri lavori la sera stessa e quella
dopo (segnaliamo almeno L’idealista magico del Teatrino Clandestino).
La storia del teatro del Novecento è costellata di
sommovimenti che miravano a ripensare il teatro, spesso in opposizione a
un’idea di puro intrattenimento, nel tentativo di aprire ricerche artistiche
di qualità a un pubblico non di nicchia. Dal «teatro d’arte per tutti»
invocato da Strehler e Grassi nel 1947, al «teatro necessario come il gas e
la luce» del francese Vilar poco tempo dopo.
Forse a questo filone s’ispira il progetto di Ert, che
da ottobre ha portato il suo circo in paesi che non hanno sale teatrali,
promuovendo le compagnie del territorio. Oggi, fuori dai circuiti dei teatri
stabili e dei teatri commerciali, dove spesso si parcheggiano volti
televisivi in declino, la situazione per chi voglia dedicarsi alla scena è
davvero ardua. Occorre essere indipendenti sul serio, a cominciare dalla
scelta dei propri maestri per arrivare all’invenzione di economie che
“l’impresa teatro”, da sola, fatica a produrre. È questo che provano a fare
i Menoventi, con spettacoli stralunati in cui si danno feste bizzarre, dove
al posto degli invitati arrivano manichini, dove l’ombra di invisibili
entità sembra governare il mondo (In festa, 2005).
Così accadrà anche a Fusignano: le due maschere,
imbarazzate, proveranno a fuggire dal palco sussurrando frasi sottovoce,
prima di accorgersi che una didascalia alle loro spalle rimanda tutti i loro
discorsi, descrive le loro azioni, anticipa i loro pensieri. Si ride molto,
durante i lavori del gruppo che risiede a Faenza, ma un’infida inquietudine
si cela sul rovescio della risata, come se qualcosa di oscuro incombesse,
come se qualcuno ci osservasse per prevedere le nostre azioni. Potrebbe
essere allora questa, quella di un comico intelligente, grottesco,
inquietante, una delle vie odierne per un teatro in grado di parlare a
tutti? Torna in mente Eduardo De Filippo, il suo teatro che è «qualcosa di
magico che il pubblico non deve sapere». Allora noi entreremo nel tendone di
Invisibilmente, e lo spettacolo avrà inizio. O forse no.
(4 Dicembre 2008)
CARTELLONE -
lo spettacolo dell'Emilia
Romagna
www.cartellone.emr.it/wcm/cartellone/
"InvisibilMente", della
giovane compagnia "Menoventi"
(con intervista audio in allegato)
Nell’ambito di “Teatro
Errante”, la Compagnia “Menoventi” presenta
“InvisibilMente”, uno spettacolo che si potrebbe definire
surreal-popolare. Infatti, pur mantenendo la componente illogica tipica del
teatro dell’assurdo, insieme alla ricerca di un linguaggio non comune,
abbandona tuttavia la tragicità del non poter comprendere e punta su una
dimensione popolare, scevra da elitarismi.
Il pubblico, entrando in sala, è
accolto da due maschere che offrono arachidi in una ciotola. Nell’attesa che
si spengano le luci e che abbia inizio lo spettacolo, mentre il pubblico
riempie la platea, si avverte un senso di inquietudine crescente. Il tempo
passa. Le due maschere non riescono a nascondere un certo imbarazzo, ma non
possono fare altro che cercare di tranquillizzare gli intervenuti sul fatto
che lo spettacolo presto avrà inizio. Ma, si percepisce chiaramente,
qualcosa non va.
Piccoli episodi, e l’attesa di
qualcosa, come di un destino che incombe e opprime. I due, un giovane e una
ragazza, scelgono di fuggire, ma i loro pensieri e i loro movimenti sono
osservati, al punto che compaiono su una didascalia dietro di loro.
Al contrario di quanto ci si
aspetterebbe, vista la situazione, lo spettacolo è intriso di comicità, ed è
questa la cifra della compagnia, quella linea “surreal-popolare” che si
diceva.
Si ride molto, ma l’inquietudine è
sempre presente, ed è l’eredità che il gruppo afferma di aver ricevuto da
Orwell.
L’idea di partenza di
“InvisibilMente” era quella di realizzare uno spettacolo sul
giudizio universale.
La ricerca si è poi sviluppata verso la reazione
dell’umanità posta sotto analisi ed in attesa di relativo giudizio; la
consapevolezza dell’essere osservati e di avere un dito enorme puntato
contro; la sensazione concreta di un’autorità superiore che sceglie proprio
noi, ramo secco nell’evoluzione della vita su questo pianeta.
Ascolta l'intervista a Gianni
Farina
LA
LIBERTA' di Piacenza
Uno
spettacolo che non s'ha da fare
Teatro Errante a
Castellarquato, bene i Menoventi
CASTELLARQUATO -
Il tendone è proprio un tendone da circo, bianco e rosso. Dopo aver
suscitato tanta curiosità, il Teatro Errante è arrivato l'altro ieri a
Castellarquato, in piazza San Carlo: errante nel senso di un vagabondo che
gironzola per l'Emilia coniugando spettacoli popolari e di qualità.
Errante in questo caso ha poco a che fare con l'errore: certo, ci sono le
dinamiche e le tempistiche che l'allestimento di un tendone richiede con
eventuali ritardi ma ogni azione teatrale è trattata con simpatia dai
presenti, a loro agio in un luogo spontaneo e un po' goffo.
La formazione di un pubblico di non addetti al teatro sembra riuscire anche
dopo i festeggiamenti del 25 aprile: l'altra sera infatti, secondo
appuntamento sempre con doppio spettacolo al costo popolare di 3 euro. Il
progetto, realizzato dalla Regione e da Emilia Romagna Teatro con il
sostegno del Pogas, ha lanciato l'altra sera due proposte diverse tra loro;
la compagnia Menoventi ha aperto la serata con lo spettacolo InvisibilMente
per la regia di Gianni Farina. I protagonisti? Consuelo Battiston,
Alessandro Miele e un occhio onnisciente. All'ingresso due maschere teatrali
(sono proprio il duo di attori, ma chi poteva sospettarlo?) accolgono il
pubblico dando indicazioni e noccioline per il gran finale. Fino a questo
momento, tutti ci "cascano". Le maschere introducono lo spettacolo che in
realtà non è possibile rappresentare: si tenta in ogni modo di salvare la
situazione, tra vane fughe, canzoni banali, discorsi di circostanza sul
materiale ignifugo del tendone, raccomandazioni canoniche di spegnere i
cellulari, rituali minuti di silenzio per «tutte le vittime della morte, il
prossimo potrebbe essere uno di voi: questo signore per esempio» propongono
gli attori. I gesti sono bloccati nell'imbarazzo, ad un tratto ci si chiede
effettivamente se si tratta di uno spettacolo oppure no. Sono attori
convincenti e persuasivi. Ad un tratto, dopo una serie di formelle
grottesche, i protagonisti si accorgono di essere sottotitolati. Il pubblico
è quindi a conoscenza del meccanismo («Gli spettatori non si stanno
accorgendo di niente, che stupidi» aveva sussurrato). Una fusione continua e
provocatoria tra reale e recitato. Lo schermo che descrive le azioni dei due
poveretti ha un gran.. senso dell'umorismo, li anticipa, li sfida e li
interpreta. Inutile distruggerlo. Cosa resta da fare? Adattarsi: i due ora
imitano un elefante e il pubblico lancia le noccioline. E così anche il
pubblico obbedisce a questa logica intessuta di echi di attesa e nonsense in
stile Aspettando Godot e di sospiri di angoscia di orwelliana memoria,
declinati in chiave semplice e comica, fruibile quindi a diversi piani di
lettura.
Elisa Malacalza
No, InvisibilMente non è una metafora
di Roberta
Ferraresi - 15/04/2010
http://www.iltamburodikattrin.com/recensioni/2010/no-invisibilmente-non-e-una-metafora/
InvisibilMente – creato da Menoventi nel 2008 – annuncia uno spettacolo che
si sviluppa intorno al tema del giudizio universale: un testo sintetico ma
denso di spunti interessanti e lucidi nodi di interrogazione, con
riferimenti stuzzicanti e qualche smarginamento di pungente poeticità. Solo
che, arrivati alla penultima riga, si scopre che l'allestimento necessitava
di un elefante, il cui acquisto impossibile ha obbligato la compagnia «a
fare un'altra cosa». E in questo momento, ancora nel foyer del Teatro
Fondamenta Nuove di Venezia, si è già dentro quella realtà capovolta e
capovolgibile dichiarata dal Menoventi tanto negli spettacoli quanto nel
proprio nome (che è «la temperatura di casa tua», «guardando al contrario il
termometro del salotto»).
Le maschere che accolgono il pubblico in teatro salgono sul palcoscenico e,
in costante imbarazzo, a centro scena, si scusano per il ritardo; fra gaffe
a ripetizione e gag decisamente minimal, si rivelano presto essere gli
attori (Consuelo Battiston e Alessandro Miele) di InvisibilMente. Certo un
meccanismo teatrale – dal teatro nel teatro di Pirandello al teatro-vita del
Living – che può sembrare abusato, forse un po’ forzato, magari prevedibile
e comunque difficilmente maneggevole. Ma è proprio attraverso questa e altre
forzature dichiarate – le maschere, volti nuovi nel solito teatro, che
distribuiscono noccioline agli spettatori già preannunciavano incrinature
del genere – che lo spettacolo funziona, convincendo lo spettatore, anche il
più scettico e purista, a concedere attenzione alla semplice comicità dei
due interpreti, che si impongono, man mano, come due vere e proprie
caricature di se stessi, degli attori e degli esseri umani imbarazzati in
genere.
Ogni battuta, dalla parola al bisbiglio al risolino, è sopratitolata –
rimandando a quel teatro profondamente di parola rinnovato e intelligente,
già intuibile in Semiramis, spettacolo precedente, in cui la ricerca
drammaturgica tenta l'esplorazione dei linguaggi e delle modalità espressive
più attuali (là con l'ossessività del graffito, qui con le incisioni verbali
eteree di un proiettore). Potrebbe sembrare una trovata. Non lo è: mancando
dell’autocompiacimento e dell’autoreferenzialità che accompagnano
solitamente espedienti del genere, l'esperienza proposta da questo giovane
ensemble coagulatosi intorno al lavoro con il Teatro delle Albe, potrebbe
essere piuttosto un “trattato” d’attore che percorre, assorbe (si avventa,
mastica di gusto, digerisce) e scaglia fuori tante schegge della grande
comicità del Novecento. Quel teatro che gli artisti stessi hanno più volte
autodefinito “surreal-popolare” si colloca con forza in un percorso fuori e
dentro la tradizione comica del secolo scorso, muovendosi fra spunti
tematici – su tutti: un’attesa eternamente protratta dal retrogusto
beckettiano – e inneschi strutturali, con una composizione per “numeri” che
ammicca alla rivista e al cabaret, fino a un delicatissimo innesto
dell'elemento tragico nell'esplosione comica. Certo un trattato decisamente
divertente, sbozzato anche sulle linee rapide della comicità contemporanea,
consapevole dell’evanescenza mediatica, causticamente critico rispetto
all’interattività che ogni giorno viene sbandierata come avanguardia
democratica e invece spesso è piegata ad un sempre maggior controllo ed
indottrinamento dello spettatore-utente. Temporeggiano, bisticciano,
inventano: i due attori modellano l’attenzione dello spettatore, a volte con
leggerezza, altre più a fatica. Fino a che qualcosa s’incrina – la luce si
raffredda, i ritmi rallentano fino a corrodere quelle che fino a questo
momento sembravano essere le linee drammaturgiche della performance – e si
mostra l’altra faccia dello spettacolo: i due si accorgono di essere spiati,
descritti e forse manipolati, vedendo i loro bisbigli amplificati dalle
parole che si proiettano alle loro spalle. Ogni ironia è perduta, anche se
si può ridere ancora: sull’orizzonte del comico si sviluppa, sempre più
schiacciante, l’ombra del tragico che si era insinuata – fin dall’inizio,
dal foglio di sala, ma anche dalle espressioni calcate degli interpreti e
dalla ripetitività delle gag – nelle trame dello spettacolo. L’esplosione
comica iniziale – e comunque sempre presente – affiora dunque su un
caleidoscopio di riferimenti (esplicitati o meno) alla letteratura e alla
critica sui dispositivi di controllo: considerazioni debordiane e atmosfere
orwelliane, punzecchiature che squarciano le gag per lasciar intravvedere
visioni di Dick o di Asimov o i margini, in continua mutazione, di abissi
dai profili kafkiani – in una commistione di riferimenti, di registri e di
“tic”, teatrali e non, che conferma la giovane compagnia faentina come uno
dei più interessanti gruppi della ricerca contemporanea. A questo punto,
anche chi, perplesso dalla meta-teatralità o dalla comicità minimale, aveva
dedicato poca concentrazione a quello che sembrava un giochino da Zelig a
volte un po’ appesantito, è troppo coinvolto per tirarsi fuori. In trappola
– tanto quanto i due attori che continuano le loro scenette sul palco. Nella
seconda parte di InvisibilMente i sopratitoli sono impegnati non più nel
riportare i dialoghi, ma nella descrizione delle azioni dei due
protagonisti: sono didascalie di scena e, lentamente, lo diventano anche del
pubblico, riportando con una certa esattezza risatine, perplessità e
applausi, fino a fare dell'esperienza della ricezione un vero e proprio (e
attivo) elemento drammaturgico. Verrebbe da distruggerlo, un dispositivo del
genere che – come nella vita reale – ostenta libertà individuali
indiscutibili e, allo stesso tempo, impone ogni azione e parola, fino al più
morbido sussurro, al gesto più lieve. Ed è quello che tentano di fare i due
attori (e forse anche “noi”, la prima persona adesso è d’obbligo, per via di
un percorso di immedesimazione che man mano si impone durante lo
spettacolo). «Ma poi apprendono che fuori ci sono altre scritte. E non è una
metafora», dichiara, in tutta autonomia, una proiezione: un’affermazione di
un’esattezza disarmante, di una spietatezza precisissima, che avvia lo
spettacolo verso il suo naturale scioglimento. Non serve neanche dirlo:
nonostante questo percorso dentro e fuori la manipolazione (mediatica,
politica, sociale), nella scena finale, “su richiesta” dei sopratitoli, gli
spettatori – prima timidamente, poi con maggior foga, ridacchiando –
cospargono di noccioline i due attori che, al centro della scena, mimano
goffamente quell’elefante annunciato dal foglio di sala.
__________________________________________________________________________________
Postilla
LO
STRANiERO
A teatro, una "Postilla"
di Menoventi di Rodolfo Sacchettini
Se ne sono visti tanti
di spettacoli per uno spettatore solo. Di solito sono dei lampi o dei
dispositivi che mirano a far presa sulla meraviglia e la sorpresa,
appoggiandosi per lo più a suggestioni dell'arte contemporanea, a volte
invece si tratta di teatro "sensoriale" nel quale si cerca di stimolare
tutti i sensi oltre a quello consueto della vista, che finisce infatti il
più delle volte per essere escluso. Ma assistere per quasi mezz'ora a uno
spettacolo vero e proprio come Postilla del gruppo faentino Menoventi è cosa
piuttosto rara e può innescare riflessioni non banali sullo spettatore e
sulla sua esperienza artistica. Postilla è come la botola a teatro, un buco
improvviso, una via di fuga che non si sa bene dove porti e che ha qualcosa
ormai di antico. Postilla accoglie il suo ospite nel foyer, lo fa camminare
solitario tra le file di platea completamente vuote, lo spinge a salire sul
palcoscenico e a farsi strada in un clima infernale tra un primo e un
secondo sipario. È uno spettatore che entra sempre più in profondità alla
ricerca di uno spettacolo che sembra ogni volta sfuggirgli. E tutto inizia
con un contratto da firmare: la leggendaria vendita dell'anima in cambio
dello spettacolo da vedere, e di mezzo ovviamente c'è il diavolo, la
conoscenza e la dannazione. Certo, a tratti la scena appare un po'
pretenziosa e naif, e l'atmosfera richiama in modo forse troppo diretto e
insistito Mulholland drive di David Lynch, ma la presenza degli attori
(Consueto Battiston, Gianni Farina e Alessandro Miele) e l'iniziale e
volontaria adesione dello spettatore rendono il lavoro sicuramente
avventuroso e convincente sul piano del gioco e della finzione. Postilla è
una nota a margine della pagina, ma è anche l'evolversi di un discorso che
Menoventi prova a portare avanti da qualche anno sul pubblico e lo
spettatore con un'attenzione per le tecniche attoriali molta rara tra i
gruppi emergenti. In Semiramis, ad esempio, la potenza di un'attrice
(Consueto Battiston) riesce a metà spettacolo, dopo il dispiegarsi della
storia, a ribaltare i piani della rappresentazione, e a rivolgersi
direttamente al pubblico, che da elemento "invisibile" improvvisamente si
riconosce come presenza in carne e ossa, perché tirato in ballo,
apostrofato, irriso. Dopo una convulsa restrizione dentro una camera bianca
(un po' prigione, un po' latrina), Semiramide sfonda il muro degli sguardi
per convincerci che tutto quello che è stato messo in scena fin lì (il
potere, il sesso, la follia) ci riguarda direttamente e in qualche modo,
anzi, ne siamo complici e forse in parte anche colpevoli. Il confine tra
platea e scena diventa perciò paradossale e qualcosa "accade" davvero. Nel
successivo InvisibilMente questo confine viene preso come spazio e tempo di
lavoro: due maschere imbarazzate intrattengono il pubblico in attesa di uno
spettacolo che non inizierà mai. Gli spettatori guardano i due attori come
topi in gabbia, perché questi, oltre a essere costretti — non si sa bene da
chi o da cosa — a rimanere inchiodati sul palco, sono per tutto il tempo
sopratitolati. Le loro parole e i loro gesti sono cioè continuamente
previsti e descritti come osservassimo una meccanismo comico e inquietante
di eterodirezione, e il gioco dura fino a quando il pubblico, senza
accorgersene, viene inglobato e anch'esso previsto e controllato. In gabbia
ci sono tutti, attori e spettatori, il processo di inclusione del pubblico
va così aumentando e il "gancio" della comicità da attrazione divertente si
trasforma in più raggelata inquietudine. Questa riflessione su quale forma
utilizzare per trattare il pubblico come elemento drammaturgico dello
spettacolo vede in Postilla lo sfiorare di un limite e soprattutto la
manifestazione di una domanda fondamentale: "cosa sei venuto a fare qui?".
Alla base si riflette cioè sul "contratto scenico", sulla qualità e il tipo
di relazione da instaurare tra attore e spettatore. In altre parole si
rivolge una domanda di senso al pubblico, lo si invita a guardare la
motivazione del suo essere presente, a riflettere su quello che sta
cercando. Il fatto è che questo spettacolo si risolve in due scenette
apparentemente insignificanti: una coppia borghese a cena che mangia (ma i
piatti sono vuoti) e che dopo l'intervento improvviso di un altro attore
sparisce nel nulla, e un momento in cui si vede rappresentato il momento
della stipula del contratto. In altri termini gli attori "fanno finta",
appaiono e scompaiono, "rappresentano", e tutto questo mentre un altro
attore si comporta da spettatore agitato, ridendo, urlando, commentando ogni
frase, distraendo in continuazione. È come se fossimo entrati nell' "abc"
del teatro, in qualcosa di infantile, ma basilare, qualcosa di artigianale e
allo stesso tempo magico, di mortifero ed eccitante. Se il patto è stato
stipulato, sembra dirci la compagnia Menoventi, non c'è altro da fare che
riflettersi nel teatro, portando avanti la propria domanda, la propria
ricerca su di sé e sulla natura umana. Ed è questo in definitiva il motivo
di apporre la firma. Se poi il contratto in extremis può essere pure
stracciato — ma a dure condizioni — per tornare fuori siamo adesso costretti
a fare il "percorso dell'attore", a pestare il palcoscenico completamente
soli di fronte a una platea vuota.
(LO STRANiERO n. 114/115 dicembre
2009/gennaio 2010)
delTeatro.it
Notizie dagli EsTerni
Andrea Porcheddu
- 30 settembre 2009
Ha appena quattro anni
di vita, ma il Festival EsTerni - organizzato con intelligenza e passione da
Massimo Mancini e Linda Di Pietro - è già uno dei punti di riferimento
imprescindibili della nuova creatività italiana e internazionale. (...)
Capita, così, di inanellare una serie di appuntamenti che con gusto
trascinano lo spettatore in territori più o meno conosciuti, lo fanno
vacillare in visioni oscure o in succulenti patti con il diavolo, lo
solleticano con ironia in dirompenti satire sociali. Ecco allora la
compagnia Menoventi, che si inventa con Postilla un gioco tutto metateatrale
di dissacrante divertimento, un viaggio agli "inferi" che coinvolge uno
spettatore alla volta, chiamato a siglare un patto certo non consolante e ad
avventurarsi in uno spettacolo che è metafora non solo dello stare in scena,
ma anche del mesto stare in vita che ci contraddistingue. Di colpo ci
sveliamo spettatori incuriositi delle nostre vitacce agre e borghesucce, ci
scopriamo inconsapevoli attori di comiche vetuste e banalotte: possiamo
tornare indietro, riprendere quel tran tran, così come un nuovo spettatore
segue il precedente. Oppure abbiamo la possibilità di cogliere la metafora
di Menoventi, e andar via, a testa alta, verso un altrove che, se pure
satanico, certo è preferibile alla danza macabra che balliamo giorno dopo
giorno. Consuelo Battiston, Alessandro Cafiso e Alessandro Miele in scena,
diretti con aguzza ferocia da Gianni Farina, fanno di Postilla un piccolo
gioiello di sagacia, di tagliente "postproduzione" che assembla
disinvoltamente tracce di esistenze e memorie del teatro.
SCENDERE
A PATTI COI MENOVENTI
Graziano Graziani - 9 ottobre 2009
da Carta n°35/2009
All’inizio si viene
accolti in una sorta d’ufficio da una persona elegante e affabile, ma anche
un po’ inquietante, che ci spiega che occorre sbrigare una piccola
formalità: cedere l’anima al diavolo in cambio della visione dello
spettacolo. Un po’ poco, si potrà obiettare, ma per chi non firma l’unica
alternativa è non assistere alla piéce. Potrebbe sembrare un classico
congegno d’arte concettuale, dove si dà corpo a un concetto astratto (la
facilità con cui “ci si vende” al giorno d’oggi); ma «Postilla» della
compagnia Menoventi – spettacolo a cui accede un solo spettatore alla volta
– è qualcosa di più complesso. Per chi si avventura in questo “viaggio
infernale”, dove risuona ossessivamente il nome che spicca sul contratto, si
schiude allo stesso tempo un meccanismo basato sulla colpa che l’atmosfera
dalle tinte horror alla Lucio Fulci, sapientemente orchestrate dalla regia
di Gianni Farina, sa istillare nel profondo.
E se da un lato questa discesa agli inferi a
più quadri ci ricorda il legame biblico tra conoscenza e dannazione (il
riferimento alla mela in grado di sbloccare un “sistema statico” è più che
eloquente), è però il gioco del teatro nel teatro, dello spettacolo nello
spettacolo, e del protagonista che è lo stesso spettatore – che rimanda,
anche visivamente, agli inquietanti paradossi del cinema di Lynch – a
costituire il vero asse della piéce. Perché nella società dello spettacolo,
dove i confini del concetto di realtà (e, a catena, quello di verità e di
morale) sono continuamente spostati in una sorta di infinita
ricontrattazione, è il nostro continuo stare al gioco che delimita la
“perdita dell’innocenza”. Un prezzo che se da un lato ci spalanca le porte
del mondo-spettacolo, dall’altro coincide con l’incapacità di agire su di
esso rivoluzionandolo (anche semplicemente inceppando il meccanismo,
rifiutando di entrare). Poco importa, allora, se l’eco faustiana è più un
riferimento letterario che religioso, e che quindi fa leva sostanzialmente
sulle paure irrazionali e superstiziose che cerchiamo di nascondere in un
angolino buio del nostro io; perché è proprio l’angoscia sottocutanea che sa
innescare «Postilla», quella reazione irrazionale ma viva e reale, a
sbalzarci fuori dal nostro raziocinante e abituale “stare al gioco”,
costringendoci a guardare questo riflesso pavloviano della nostra
contemporaneità da un punto di visto nuovo e inaspettato.
È la leva che gioca sulla paura e sull’irrazionale a proiettarci di colpo in
un sistema di valori che all’inizio non era stato preso in considerazione.
La reazione spontanea, allora, è cercare di rimediare, e la piéce ci viene
incontro: il telefono squilla, e con voce asciutta chi ci ha accolto
all’inizio ci spiazza con l’offerta di riscattare il contratto. In che modo?
Chi ha soldi, paga, e chi può scrivere…
I Menoventi hanno portato «Postilla» di recente al festival EsTerni nella
cornice del teatro municipale, e a Torino nell’ex cimitero di San Pietro in
vincoli, riadattando di volta in volta lo spettacolo alla suggestione dello
spazio. Questa nuova tappa dimostra la rara capacità di questa compagnia di
Faenza (composta, oltre che da Farina, da Consuelo Battiston, Alessandro
Miele e Alessandro Cafiso) di confrontarsi con i più disparati ambiti del teatro, dal registro
comico al drammatico, dal teatro d’attore alla riscrittura del rapporto tra
chi guarda e chi va in scena, che uno spettacolo “immersivo” come «Postilla»
offre dal punto di vista sia drammaturgico che propriamente fisico.
UNO STRINDBERGHIANO TEATRINO
DELL’IO
di Lorenzo Mango
Pagare i propri debiti
col diavolo è cosa che conviene sempre fare il prima possibile. Specie se ne
vale la pena. Postilla del gruppo Menoventi è uno di quegli spettacoli
pensato per un solo spettatore che infrangono la convenzione comunitaria e
pubblica del teatro. La ribalta, invece, tale convenzione proponendo il
rischio di un’avventura tutta personale, a piena e assoluta responsabilità
individuale, nel teatro. Inteso proprio come spazio fisico. Che lo
spettacolo si svolga in una sala teatrale chiusa non è accessorio, appare,
invece, come una parte costitutiva fondante dell’operazione linguistica
messa in scena. Si tratta, infatti, di determinare un ribaltamento radicale
e assoluto dei meccanismi percettivi attraverso un’interrogazione sul “cosa
è” del teatro che è rivolta direttamente e implacabilmente al viaggiatore
solitario.
La drammaturgia proposta da Menoventi ha un sapore concettuale e analitico
che si sposa elegantemente con una dose non invadente di ironia e di
spiazzamento ludico. Il viaggio nel teatro, come edificio, è un viaggio
attraverso le soglie fisiche e linguistiche dell’atto rappresentativo. Si è
lì, pubblico e attori, per mettersi in gioco nei rispettivi ruoli. Si entra
così, passo dopo passo, una volta accettato il patto maligno che si attiva
ogni volta che entriamo a teatro (quella che Coleridge definiva
splendidamente la “sospensione volontaria dell’incredulità”) dentro il
meccanismo più intimo della percezione. Vedere è ridurre le distanze,
ascoltare e spiare, invisibili, nei recessi più privati di un’altra
creatura, che è lì, vera, di fronte ai nostri occhi, iperrealisticamente
vera, eppure così straordinariamente finta nella sua simulazione di verità.
Non appena, però, la crosta vuota dell’illusione è permeata da un oggetto
vero, fisicamente e sensorialmente esperibile, ecco che l’ombra simulacrale
del teatro svanisce. La realtà tattile e la sua sostituzione fittizia sono
incompatibili. La fruizione solitaria fa sì che quest’ordine di problemi
acquisti un tono diretto e partecipato di vissuto. Questi problemi sono lì
per lo spettatore più che per lo spettacolo e chi lo fa, con un ribaltamento
degli assunti concettuali assolutamente rilevante.
Ma non appena il gioco di scollamento tra segno e cosa si è rivelato in
tutta la sua flagranza, il viaggio riprende e il tendaggio rosso del teatro
rivela una nuova frontiera, in cui si materializza uno strindberghiano
teatrino dell’io. Lì, nella forma sarcastica di un improbabile cabaret
comico, avviene la nostra recita finale. Quella dello spettatore che si vede
come personaggio (quantomeno nominale) rigettato al patto scellerato che lo
ha introdotto della sala teatrale e nel gioco rappresentativo. Ed ecco che
un telefono, alla maniera di David Lynch, lo riporta alla realtà, lo
spettatore. Ma quale? La sua, verrebbe da dire, perché è il viatico per
risalire all’uscita, ma anche, prima, per un riflesso, a quella simulacrale
e teatrale che ci ha posto, poc’anzi, il problema della rappresentazione.
Come in un gioco di scollamento temporale, ci parla al telefono la voce di
un personaggio che abbiamo visto, in precedenza, telefonare a qualcuno che,
verrebbe da dire a questo punto, eravamo noi prima di adesso.
Postilla si presenta così come un interessantissimo interrogarsi sulla
dimensione rappresentativa del teatro che diventa interrogazione sulla
rappresentazione del sé, costruito come un’opera di Escher, in cui i pieni e
i vuoti si scambiano all’infinito e senza possibilità di risoluzione la
parte, creando piani paralleli e intersecantesi di diversi livelli
comunicativi e cognitivi.
____________________________________________________________________________________________
Interviste
Menoventi. Per una ricerca teatrale non pre-meditata
di Bruno Bianchini
http://www.klpteatro.it
Menoventi era la temperatura della
sala prove in cui questa compagnia, formatasi lungo la bisettrice
Pordenone - Faenza - Pompei, rispettivamente città d'origine di Consuelo
Battiston, Gianni Farina e Alessandro Miele, cominciava a muovere i
primi passi. Parliamo di una carriera artistica originatasi, almeno
nelle intenzioni, dall'incontro avvenuto in occasione del progetto
Salmagundi del Teatro delle Albe, datato 2004, a cui i tre Menoventi
lavorarono come attori.
Nel corso degli anni il trio ha creato e gradualmente continua ad
affinare il proprio linguaggio teatrale concretizzatosi, ad oggi, nella
produzione di sei spettacoli.
In questo documento filmato, che risale all'edizione 2011 del Festival
delle Colline Torinesi, ci siamo concentrati su due fra i primi lavori
del gruppo: "In festa", del 2006, e " Invisibilmente", del 2008 che,
come ci ha confermato Gianni Farina, continuano ad essere mantenuti in
repertorio per questioni di affetto ma anche in virtù di una crescente
attenzione nei confronti del lavoro della compagnia.
Con Gianni abbiamo parlato anche dei ricordi dell'esperienza con Ermanna
Montanari e Marco Martinelli, che ha visto come ideale punto di approdo
l'ultima edizione di Santarcangelo Festival, diretta proprio dalla
Montanari, dove i Menoventi sono stati protagonisti di un
cortometraggio, "Perdere la faccia", diretto da Daniele Ciprì (che
all'epoca dell'intervista doveva ancora essere girato) e del radiodramma
"Il contratto", lavoro che è possibile ascoltare dalle pagine web della
trasmissione Pantagruel di Radio 3.
Un'idea di teatro, quello di Farina, Miele e Battiston, che riconosce
fra i principali riferimenti, almeno per ciò che concerne i lavori
iniziali, il teatro dell'assurdo, ma si orienta nel prosieguo ad un
approccio scenico aperto, che si muove con disinvoltura dalle arti
visive alla letteratura di fantascienza, dalle atmosfere tipicamente
orwelliane fino alla sociologia o al romanticismo tedesco (nel loro
ultimo lavoro dal titolo "L'uomo della sabbia") ma che, come linea
ideale, si desidera "che accada".
Come il tema ricorrente del controllo "che torna sempre, anche se non lo
vogliamo - afferma Farina - Dunque alla fine cerchiamo di veicolarlo e
non solo subirlo". Componenti non pianificate, autonome, di casualità,
che Menoventi finiscono per cercare di includere nella creazione
teatrale rifacendosi (ma senza prendersi troppo sul serio) al processo
stocastico di Bateson, studioso britannico che teorizzò come,
nell'evoluzione di un organismo (includendo in questa definizione anche
lo sviluppo del pensiero e le idee alla base di un'evoluzione creativa),
svolga un ruolo fondamentale la componente casuale.
Nel caso della compagnia, uno strumento supplementare per agevolare
l'emergere dell'elemento sconosciuto, inatteso, inconsapevole, nel
presupposto di una "rinuncia a pre-meditare una forma".
Vi lasciamo dunque alle parole di Gianni Farina, che ringraziamo insieme
a tutta la compagnia per la disponibilità e la tranquillità (nonostante
le minacce climatiche che hanno reso difficoltosa questa intervista),
con cui è stato possibile chiacchierare e confrontarsi senza troppe
sovrastrutture formali.
Per chi desiderasse seguirli dal vivo (la compagnia è appena rientrata
da tre date al Théatre National de Bretagne) l'appuntamento più vicino è
quello al Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone con "L'uomo della
sabbia - Capriccio alla maniera di Hoffmann" il 9 dicembre prossimo.
Infine, ci fa piacere segnalare che Menoventi è fra i dieci candidati
alla prima edizione del Premio Rete Critica. Un'ulteriore conferma,
insomma, dell'interesse e dell'apprezzamento nei confronti della
compagnia da parte di pubblico ed addetti ai lavori.
Buona visione!
clicca qui per il video dell'intervista
Pensieri di pensieri. Conversazione con Menoventi.
AltreVelocità -
redazione intermittente sulle arti sceniche contemporanee
http://www.altrevelocita.it/incursioni_articolo-607.html
di Matteo Vallorani
Prima di partire con le domande di
senso si potrebbe iniziare ripercorrendo la genesi dello spettacolo. Come un
testo non scritto da voi entra nel vostro percorso, che solitamente non
parte mettendo al centro un testo teatrale o letterario?
Gianni Farina: Non è stato Hoffmann il punto di partenza, anche se lo amiamo
da una vita e abbiamo sempre desiderato lavorare su di lui. Quando tutto è
cominciato, due anni e mezzo fa, pensavamo di costruire un nuovo spetacolo a
partire, come al solito, da una scrittura originale: avevamo in mente alcuni
meccanismi formali e quindi tematici, ma non quelli narrativi. Erano un po'
dei residui di Postilla che ci erano rimasti dentro, qualcuno lo abbiamo
tenuto, altri li abbiamo eliminati durante il processo creativo. Avevamo già
il progetto, mancava solo la trama, così una volta arrivati di fronte alla
scelta dell'intreccio abbiamo proprio scoperto la volontà forte, quasi
bassa, di confrontarci con un testo che non fosse il nostro. All'inizio,
addirittura, non avevamo neanche pensato a Hoffmann, che è arrivato solo
dopo Ubik di Philip K. Dick, dopo L'invenzione di Morel di Adolfo Bioy
Casares (testo fondamentale che ha lasciato un segno profondissimo in quello
che abbiamo costruito poi), e dopo Frankenstein di Mary Shelley. Solo
passando attraverso queste tappe abbiamo capito che era proprio Hoffmann
l'autore che più si avvicina ai meccanismi formali che volevamo esplorare,
perché sono meccanismi che lui usa già nella sua scrittura: creando
labirinti di contesti e di cornici, parlando (o meglio scrivendo) della
scrittura e dei suoi strumenti. Hoffman non fa che intessere dei labirinti
vorticosi: dopo averti buttato a capofitto nella narrazione, proprio nel
momento in cui sei immerso completamente, te ne tira fuori di colpo,
mostrandoti come lo stesso brano possa essere scritto diversamente, con un
altro stile, e così ti fa scivolare di nuovo dentro la narrazione. Era
assolutamente lui l'autore da seguire, ma l'abbiamo cercato a lungo.
Per quanto riguarda la pratica, l'artigianato: come sono cambiati, se lo
sono, i vostri meccanismi creativi? Voi raccontate di essere sempre partiti
dall'improvvisazione, stando sul palcoscenico. A che punto del percorso
arriva, in questo caso, Hoffman?
Farina: Il testo Hoffmann ci ha offerto le situazioni, poi naturalmente ne
abbiamo scartate moltissime e inventate di nuove: ci ha dato le situazioni
chiave sulle quali improvvisare come sempre facciamo. La scena è nata sul
palco, anche in questo caso. A tavolino abbiamo scelto le situazioni che più
ci interessavano e abbiamo definito, forse più chiaramente del solito, le
direzioni delle improvvisazioni come il loop, o la sovrapposizione di due
scene in contemporanea. Queste cose erano sulla carta, ma come ho detto
erano meccanismi che avevamo testato durante Postilla che a loro volta erano
figli dell'improvvisazione: l'improvvisazione resta comunque il nostro
motore. Il meccanismo del loop, ad esempio, è nato lavorando a L'uomo della
sabbia ma c'era troppa carne al fuoco per decidere di portarlo all'estremo
all'interno di questo lavoro. Così, nello spazio di tempo che ha separato le
due fasi creative dello spettacolo e che ha coinciso con Santarcangelo 41,
abbiamo pensato di sperimentarlo in Perdere la faccia.
Veniamo ora a quello che abbiamo visto qui a Vie. Intendendo con
“racconto” tanto lo scritto di Hoffman, quanto la sfida verso la possibilità
di una narrazione, quanto la rottura dei meccanismi che mettete in scena è
legata al racconto?
Farina: L'uomo della sabbia è uno dei racconti più lineari, meno frammentati
della sua produzione, quindi per quanto riguarda la struttura abbiamo fatto
riferimento più ai romanzi come La principessa Brambilla o Gli elisir del
diavolo, nei quali Hoffman fa esattamente quello che abbiamo fatto noi,
anche se con strumenti diversi: lui gioca con la scrittura, noi giochiamo
con gli strumenti che ci offre il teatro. Siamo stati portati a scegliere
questo racconto piuttosto che gli altri scritti proprio per la sua
archetipicità, scelta che però non ci ha impedito di andare a pescare nei
romanzi quei meccanismi che ci interessavano, intessendoli col racconto
senza troppe forzature.
Consuelo Battiston: Anche perché nel racconto stesso questi meccanismi sono
comunque presenti. Ad esempio quando viene narrata la vicenda del piccolo
Nataniele prima se ne parla al passato per poi gradualmente passare al
presente, in uno scivolamento graduale che non viene immediatamente
percepito; o i punti di vista che si scambiano continuamente tra
Nataliene-adulto e Nataniele-bambino (e viceversa). Era proprio questa la
prospettiva che ci interessava: indagare come Hoffmann disegnasse delle
cornici inquadrando gli episodi per poi dissolverle lentamente.
Farina: La narrazione, come avrete notato, viene frammentata sempre di più.
All'inizio ci sono tutti gli elementi del racconto, poi man mano cominciamo
a sottrarli, o a nasconderli come messaggi subliminali togliendo alcune
informazioni importanti (come avviene in Gli elisir del diavolo), o a
mantenerli evidenti ma talmente scombinati che è molto difficile ricomporre
i pezzi. Praticamente c'è tutto, le uniche grandi informazioni che abbiamo
cercato di nascondere quasi completamente sono che Olimpia sia un'automa e
che Nataniele alla fine muoia. Abbiamo preferito il labirinto alla
linearità, come “il personaggio con la banana” che, nell'ultimo finale che
abbiamo composto, dopo essersi perso nel labirinto trova l'uscita ma sulla
soglia ci rientra. Per noi è più interessante perdere il filo, piuttosto che
chiudere esplicitamente, perfettamente una storia che può essere ricostruita
anche se mancano un paio di elementi, anche se manca qualche anello della
catena. Un po' quello che fa Lynch, che a mio parere si riferisce
spessissimo a Gli elisir del diavolo di Hoffmann.
A guidare questa forzatura delle maglie della narrazione, questa
sovrapposizione continua di piani di realtà, sembrano essere gli sguardi dei
personaggi: come se ogni presenza sulla scena portasse con sè la sua
visione, il suo piano di realtà: c'è Olimpia che sembra avere solo il suo
mondo interno, Nataniele e Clara la cui realtà è quella della finzione
teatrale, l'uomo con la banana che nonostante una “consapevolezza” maggiore
non riesce a vedere oltre la quarta parete. Coppelius sta invece nel “tra”,
muove, trasforma, gioca con i piani fino a romperli. Ma alla fine sorge un
dubbio: Coppelius agisce il meccanismo e ride col pubblico, oppure è
anch'esso intrappolato quindi non c'è nulla da ridere?
Farina: Questi piani li abbiamo definiti minuziosamente, ma anche molto
sempliciemente dando ad ogni figura un preciso campo di azioni concreto. Per
comodità li chiamiamo “livelli di rappresentazione” e sono tendenzialmente
quattro: il quarto è la rappresentazione nella rappresentazione, finzione
nella finzione (ad esempio se in scena qualcuno si mettesse a vedere il
teatrino dei burattini); il terzo è quello classico, la cornice teatrale per
antonomasia (quarta parete, pubblico che non esiste) in cui il compito dato
agli attori è di lavorare sulla loro partitura qualsiasi cosa accada; il
livello due non ignora la presenza del pubblico (è il livello del qui ed
ora, sono in scena e so di stare parlando al pubblico); nel primo (che in
questo spettacolo non c'è, ma era centrale in Perdere la faccia) l'attore è
consapevole del pubblico, ma quest'ultimo non sa che quella persona recita
già una parte. Le consegne dei livelli erano molto chiare e definite:
Coppelius agisce su tutti i livelli, Clara e Nataniele solo sul tre,
Spallanzani fa un prologo sul due poi si butta sul tre, Olimpia fa tutto nel
tre tranne una canzone sul secondo, l'uomo con la banana fa tutto sul tre e
una coda sul due ecc. Ci abbiamo giocato molto cercando varie combinazioni
possibili. Il livello del patto finzionale (terzo) è quello apparentemente
in cui si è inconsapevoli di ciò che accade: anche se c'è qualcosa che
accade oltre la quarta parete, l'attore e il personaggio vanno avanti
qualsiasi cosa accada; ma proprio questa chiusura in sé, l'andare avanti a
ogni costo ci ha permesso di montare insieme due scene, farle apparire
contemporaneamente senza che ci fosse relazione tra le due.
Perdere la faccia, come Invisibilmente, è giocato invece sul livello uno:
Consuelo e Alessandro (Alessandro Miele, ndr) presentano e il pubblico crede
che stiano presentando davvero, poi si scivola nel livello tre; Rita, la
ragazza che interviene e si relaziona con loro e interagisce col pubblico, è
chiaramente livello due. La gestione dei livelli per noi è molto semplice e
chiara, qui però c'è Coppelius che va a mescolar le carte, sta ovunque,
attraversa ogni livello.
Durante la realizzazione ci raccontavi un tuo dubbio: se nello spettacolo
non ci fosse una dose di racconto troppo lineare, troppo “livello tre”.
Vorrei ora ribaltare la domanda: che pensiero state facendo affinché non ci
sia troppa destrutturazione, tenendo conto anche delle premesse narrative
che gettate? (Invisibilmente e Perdere la faccia erano più "promesse" di
narrazione). Quale limite vi date affinché non prevalga il non racconto o la
destrutturazione del meccanismo?
Farina: È una questione di quantità. Se all'inizio Coppelius fosse partito
dal livello due sarebbe diventato subito narratore, e non avremmo potuto
mostrare come il male nascesse dall'interno, dal piano della narrazione, dal
tre. È stata una questione di misura, di dosaggio: anche spostando la più
piccola cosa l'effetto sarebbe stato del tutto diverso. Empiricamente
abbiamo testato tutte le combinazioni possibili. In fin dei conti mi sembra
che in questo lavoro il livello due sia piuttosto contenuto: non volevamo
distaccarci troppo dalla storia, piuttosto volevamo che, una volta usciti,
si ricadesse lì. Hoffmann fa così: ti fa uscire, ti fa vedere dall'esterno,
da un piano “più ampio”, ma poi ti fa ripiombare nella narrazione. Far
tornare lo spettatore dentro il meccanismo rotto del teatro non è affatto
facile.
Proprio, entrando e uscendo,lo scarto è ancora maggiore. Io ho avuto
l'impressione che Coppelius fosse si un personaggio, ma anche che
impersonasse la caratteristiche della realtà: apre dei passaggi, spostando e
evidenziandosi come esterno alla cornice. Aprendo passaggi ti permette di
viaggiare attraverso le realtà, ti fa rendere conto che dietro l'una ce n'è
sempre un'altra. Tu lo descrivevi come “il male”, ma in che senso questo
mostrarsi continuamente di realtà successive, di livelli diversi tutti
concreti, è legato al male?
Farina: Il male in senso lato, senza nessuna connotazione negativa, o
addirittura intendendo il male nel suo senso positivo: anche Lucifero, da un
certo punto di vista, è incantevole e necessario. Hoffmann dimostra proprio
quanto questo sia vero, mostra come anche la rottura sia indispensabile.
Cambiando continuamente cornice, essa stessa lentamente si dissolve. La
condizione umana di Maigritte è esemplare per spiegare questo concetto: la
tela posta davanti alla finestra illustra il paesaggio e il confine della
tela scompare. Hoffmann arriva a questo attraverso il cambiamento frenetico
delle cornici: a furia di sottolinearle riesce a toglierle. Non è un caso
che in L'uomo della sabbia ci siano tanti accenni a dispositivi ottici che
creano una cornice: il binocolo, il cannocchiale, la finestra gli occhiali;
tutti apparati che incorniciano. All'inizio volevamo far fruire lo
spettacolo attraverso un binocolo o comunque utilizzare dispositivi ottici;
poi abbiamo deciso di farlo con gli strumenti che il teatro ci offriva: le
nostre cornici sono diventate i livelli di cui parlavo prima, oltre ai
sipari e alle quinte che abbiamo utilizzato molto studiando aperture diverse
da quelle canoniche.
Per lo spettacolo abbiamo studiato vari testi scientifici sui meccanismi di
funzionamento del cervello. La cosa sorprendente della mente è che non
esiste differenza a livello fisico, neuronale, chimico, tra le immagini
interiori e quelle del mondo esterno. Se io ti racconto un fatto e tu riesci
a immaginartelo e lo vedi, quell'immagine a livello mentale non è differente
da quello che vedi “dal vero”: per il tuo cervello son veri allo stesso
modo. Lo spettacolo indaga questo concetto quando i loop si richiamano ma
son diversi, quando alcune cose si incastrano ma solo in un secondo momento
si aggiunge l'elemento che può spiegare il prima.
L'interesse ai livelli, l'attenzione al meccanismo, sembra porre in
secondo piano alcuni temi generali nascosti sotto la superficie de L'uomo
della sabbia...
Farina: In realtà il discorso porta comunque con sé un tema. La riflessione
sui livelli, ad esempio, è legata sicuramente all'indagine sui confini,
sulla realtà a partire dalla percezione (che è un nostro chiodo fisso). Il
labirinto che abbiamo cercato di costruire, inoltre, richiama dei processi
mentali; il loop sviluppa una riflessione sull'ordinario, sulle norme
sociali, abitudini, generalità. Questo, almeno a un livello superficiale,
penso arrivi al pubblico.
Un'altra questione più complessa ma fondamentale riguarda l'evoluzione della
mente umana. Ultimamente abbiamo studiato dei testi, a cui siamo rimasti
molto legati, che parlano di modalità di pensiero “future”, menti che
possano viaggiare da un livello all'altro della coscienza: dal pensiero, al
pensiero di pensiero, al pensiero del pensiero di pensiero. Tali modalità
nuove sono possibili solo muovendosi nel labirinto che il nostro cervello è,
e per fare questo bisogna perdersi nel pensiero attraverso il paradosso, la
reiterazione di alcuni concetti. C'è chi dice che fossero proprio questi gli
insegnamenti di Pitagora, il quale puntava proprio a una nuova mente. Lo
spettacolo segue un'analisi del sistema simbolico cerebrale: come si
interfacciano tra loro i simboli creati dalle connessioni neuronali, come si
creano i loop presenti nel cervello. Hofstadter nel suo Gödel Escher Bach:
un'eterna ghirlanda brillante parla di strange loop: livelli che
improvvisamente inseriscono all'interno di un sistema di connessioni degli
elementi che non fanno parte dell'anello; così questi “anelli” si forzano e
iniziano a diventare impossibili come le figure di Escher. Il sistema dei
simboli nel cervello lavora in maniera simile, facendo delle cose
impossibili. Hofstadter scrive il libro per arrivare a uno studio
sull'intelligenza artificiale, per vedere se sia possibile o meno. Il fatto
che Olimpia sia un'automa rientra nello spettacolo proprio per questo
motivo: il meccanismo dello spettacolo stesso si basa su un libro che parla
della possibilità dell'intelligenza artificiale. Quando Magritte ha dipinto
La condizione umana probabilmente non ci pensava: io però non posso che
pensare che stesse cercando di scoprire il funzionamento del cervello. Così
anche lo spettacolo cerca di vedere come si possa superare l'intelligenza
attuale.
Tale discorso si riallaccia a una tematica politica, in qualche modo: la
voglia di superare la condizione attuale, la hybris, la tracotanza che
distingue il professor Spallanzani nel creare un automa (non a caso avevamo
preso in considerazione Frankenstein, e siamo partiti da Postilla quindi dal
Faust), il desiderio di superamento dei limiti umani. Si tratta di questioni
luciferinamente interessanti a livello politico. Nello spettacolo questi
ragionamenti non emergono in maniera diretta, ma sono alla base del nostro
percorso. Il male che apre i varchi è un desiderio di superamento della
condizione attuale. È un continuo vedere che esiste una cornice più grande.
Intervista radiofonica ai
Menoventi su Babel,
trasmissione di Radio Popolare condotta da Ira Rubini
http://mir.it/servizi/radiopopolare/blogs/babel/2010/02/16-febbraio-10-babel-e-quel-che-si-pensa-ma-non-si-dice/
Consuelo Battiston,
Semiramis, Menoventi, Invisibilmente
AltreVelocità -
redazione intermittente sulle arti sceniche contemporanee
http://www.altrevelocita.it/teatridoggi_sezione-66.html
Semiramis è un luogo. Un cervello
bianco di piastrelle lucide, che si estende nello spazio tra due quinte e
qui accade, diviene, fuoriesce. Nello spazio-tempo che assume e che riempie
variando senza sosta il grado di presenza, misurabile in qualità intensive,
è sempre sul punto di cedere alla pressione interna, di traboccare oltre
l’orlo. Le pareti si imbrattano, si aprono varchi, la regina corteggia il
confine insuperabile che separa la scena dalla platea: basta un passo avanti
ed è scacco matto. Come vivi qui, tu che ci abiti? Come poi ne esci, per
entrare nel teatrino farsesco di InvisibilMente, nella maschera quasi “tutta
esteriore”, indossando un “carattere” e non più forse abitando un
personaggio?
Per noi che guardiamo l'attore (all'attore vorremmo chiedere questo) è un
limite, qualcuno che gioca (play) con il dentro e il fuori, qualcuno che
c'invita a fare lo stesso, qualcuno che ci dice che dentro e fuori è una
questione cruciale, a volte tanto cruciale da richiedere una terminologia
personale, quasi reinventando i termini del problema. Come senti su di te
queste parole, dentro e fuori? (Altre Velocità)
Dentro e fuori
Dentro e fuori è una questione che per l’attore è essenziale. Come gestirla
è il volere che l’opera, nella sua specificità, richiede. Non c’è un modo,
ogni lavoro ne presuppone uno specifico.
Per esempio in Semiramis ed Invisibilmente il lavoro d’attore parte da
presupposti molto diversi e dunque anche il risultato lo è. Anche il modo di
procedere cambia se in scena si è da soli o in due.
Se sei solo il rapporto col il dentro e fuori può essere in continua
alternanza e improvviso, non c’è bisogno di accordarsi con un altro ritmo ma
solamente con il proprio. Quando si è in due nella scena, la relazione deve
trovare degli equilibri e in Invisibilmente essa è tra due “fuori”, non ci
sono due intimità a confronto e questa scelta è conseguenza dell’idea alla
base di quel lavoro.
In Invisibilmente si parte dalla vita, si tocca l’ambiguo, ci si porta man
mano all'esibito, al marcato. Il sottolineato per portare l’attenzione sul
normale incomprensibile. Due vite che diventano caricature dentro la
costrizione e l’obbedienza. Il protagonismo per forza e nonostante
l’evidenza, per mantenere tutto in ordine. L’impegno d’attore è sopratutto
nel ritmo, nella relazione con il partner in scena e con il pubblico
destinatario di tutte le “esposizioni”; nella tensione della paura da
cartone animato, nel mantenersi nel ridicolo.
Credo che per ogni progetto l’attore debba reinventarsi un approccio adatto.
Soprattutto credo che non ci siano regole giuste o sbagliate, tutto può
essere. La scena poi decide, spietata come è.
La qualità d’improvvisazione durante la costruzione di Semiramis aveva
densità e caratteristiche diverse rispetto a quella di Invisibilmente; essa
partiva da una grande solitudine e da un contatto con l’intimo che assumeva
le caratteristiche di un dialogo. Molto importante è stato l’immaginare, che
si è tradotto in diversi stati di presenza, differenti qualità di movimento
ed azioni che divengono impianto drammaturgico. Inoltre si è aperta la
possibilità “dell’Ambiguo”, confine tra realtà scenica e tempo presente
durante una ricerca d’autenticità d’attore.
Immaginare
Ho sempre creduto di poter diventare qualcos'altro, con la sola forza
dell’immaginazione diventare qualcun altro. Come nei sogni. Basta immergersi
nel profondo del mare per capire che si può respirare anche lì. Cosa ci
vuole per saltare tra due grattacieli? Aspettare il momento giusto,
visualizzare la distanza da percorrere, concentrare la forza sui muscoli e
alzare i piedi da terra. Lo senti nel corpo, dentro lo vedi, stai saltando!
E’ possibile. Hai fatto quell'esperienza, è indiscutibile che per te sia
avvenuta. E’ un fatto che implica i sensi e la parte emotiva: il tatto, che
non tocca ma sente di toccare, la vista interna, che vede oltre quello che
c'è, l’udito: i rumori “dentro” che fanno parte del tuo film. Del “Cinema
nella tua testa”. Questo “immaginare” diventa azione grazie al teatro e si
traduce così nel concreto. Che gioia infinita quando tutto si combina col
fare. E’ così facile. E’ un gioco. Libero gioco. Tutto è possibile. Dunque
vedere altri attori in diversi ruoli mi ha portato alla realtà, perché
davvero io credevo fosse possibile trasformarsi in qualcos'altro tanto da
non essere più riconoscibili... Dunque se loro sono sempre loro
(attori-persone) io sarò sempre io. Con ostinazione cerco ancora di
realizzare questo sogno. Nei momenti migliori la mia fantasia crede ancora
che io sia altro, pur sapendo benissimo che ciò non è possibile e che io sia
solo io. Ho bisogno di credere a questa possibilità impossibile. Ma comunque
il risultato è sempre questo: me. Non è nemmeno volere sfuggire alla realtà
e rifugiarsi in un mondo immaginario perché sono sempre nel momento,
presente anche quando credo di essere volata via. E’ come esser in più piani
contemporaneamente che confluiscono, che vivono nello stesso istante.
Significa agire in un luogo ed essere anche “altrove” e in relazione con chi
c’è di fronte. Ecco, in Semiramis coincidono questi diversi livelli di vita.
Io attrice di fronte a quel dato pubblico in quel dato giorno. Io che compio
un percorso conosciuto. Io che viaggio con l’immaginazione e mi trasformo in
base a ciò che vivo in un altro piano. E’ un viaggio nel profondo, che
avviene con naturalezza, corrispondente ad una immediata concretezza. Quando
accade non costa fatica. Tutto ciò che comporta è ben accetto. Cercarlo e
ricrearlo invece sì. Non è un atto di volontà. Accade. Mi sembra a volte una
questione spirituale, anche se non so se lo sia. Certamente ha a che fare
con un pensiero che si può “toccare”, nel senso che è corposo come un
vissuto, ma non è un ricordo; viene da più in fondo, ha a che fare con
l’intimo, con ciò che nel nucleo profondo sono io. Questo pensiero si
traduce immediatamente in concretezza d’agire, sentire, stare, essere. E da
dentro è subito fuori e il fuori accaduto influenza il dentro e lo evolve.
Ecco, quando avviene mi sento libera, senza pensieri, o meglio: i pensieri
sono già qualcos'altro, essenzializzando, sono già respiro.
Lui
Questo nucleo profondo ha a che fare col motivo stesso per cui sono nata (se
un motivo esiste) e lo dico così, con leggerezza. Di certo ha forza in sé e
mi chiedo: questo nucleo sono io o è qualcos’altro? Mi sembra un elemento
altro da me. Lui è autonomo. Io credo sia un fuoco. E’ quello che mi fa
sentire inadatta e diversa. Dentro ruggisce e scuote. Lui ha bisogno di
fuoriuscire ed io temo di perdere i pezzi che fatico a tenere insieme. Mi
sembra inadatto a stare in me. Invoca lo scopo per cui esiste. Deve
compiersi ma senza mezzi termini. Mi sento inferiore al compito che mi
richiede. Io ci provo. È che non si accontenta. So che se lo deludo non mi
lascerà tregua. Nel quotidiano è difficile da gestire... ma non sempre, a
volte tace. Sparisce. Ed io sto in me. Quando sproloquia silenzioso e si
contorce, io non sto in me. In scena, quando sono ricettiva, quando so farlo
parlare ed esprimersi, Lui viene a galla e usa il mio corpo e agisce e io lo
lascio agire e cerco le condizioni per farlo rimanere. Quando sparisce senza
preavviso ed io resto sola... mi manca disperatamente. Ed ecco che sprofondo
e lo devo accettare. Devo imparare a respirare nel fondo del mare dove tutto
è nero e si muove lentamente o fermo aspetta che qualcosa faccia fluttuare
la sabbia. In quel momento che precede “la lotta” io sento che ogni attore è
una specie d’eroe che si pone di fronte ad un pubblico, portando un segno
nitido ed inequivocabile: ciò che egli è. Allo stesso tempo gioca e fa finta
di essere un altro e tutti lo sanno. Ecco, dico eroe anche se sembra
altisonante perché l’attore deve affrontare una prova, c’è qualcosa di più
grande da sconfiggere e l’attore è lì, piccolo e fiero. E non ci possono
essere scuse, no, non sono permesse; è una cosa che si fa sul serio ed in
libertà, scegliendo delle regole e rispettandole; certo si possono
sovvertire, ma a rischio e pericolo che sfuggano di mano e nella possibilità
continua di ribaltamento.
Consuelo Battiston
Palcoscenico
Menoventi e lo spettatore solo
E lo spettatore rimase solo: le mille trappole dei Menoventi per
spaesare il proprio pubblico
dialogo con Gianni Farina e Consuelo Battiston a cura di Alessandro
Fogli
Giovane compagnia tra le più
interessanti in assoluto nel panorama di ricerca italiano, i Menoventi –
Consuelo Battiston, Gianni Farina e Alessandro Miele – si formano a Faenza
nel 2005, dopo aver lavorato per la prima volta insieme in occasione dello
spettacolo “Salmagundi”, del Teatro delle Albe. È del 2006 il loro primo
lavoro, “In Festa”, seguito l’anno successivo da “Semiramis”, vincitore di
vari riconsocimenti. Arrivano quindi “Invisibilmente” (2008), inserito
quest’anno nel cartellone del Nobodaddy, e “Postilla” (2009), spettacolo
ideato per un solo spettatore alla volta. Gianni Farina, regista oltre che
attore, e Consuelo Battiston ci guidano nel mondo Menoventi.
Gli spettacoli che avete portato in
scena finora sono molto diversi tra loro ma legati da un sotterraneo filo
rosso. Si può parlare di una poetica dei Menoventi?
Farina: «Riteniamo di non avere ancora
una vera poetica formata e sviluppata e che sia giusto così, perché se una
compagnia al quarto spettacolo si fossilizza già su certi schemi, c’è il
rischio di irrigidirsi, di sedersi un po’. Dei motivi tematici che ritornano
però ci sono sicuramente; il nostro chiodo fisso nei primi spettacoli è
stato il controllo. Nei primi tre lavori c’è come un’entità non ben
definita, superiore, direi quasi sovrannaturale, che aleggia sui personaggi
e li controlla, li pone nella situazione che poi andiamo a mettere in scena.
In Semiramis, ad esempio, c’è questa specie di entità che raggira la figura
isolata della protagonista dandole l’illusione di non essere sola, tramite
una serie di coincidenze. Un altro tema che ricorre sia in Semiramis che in
Invisibilmente è l’abbattimento della “quarta parete”, con l’azione che si
svolge “qui e ora”, senza ignorare il pubblico ma anzi rendendolo parte
integrante. Cosa che raggiunge il massimo grado in “Postilla”».
Mi sembra che il vostro rapporto
col pubblico, fondamentale, abbia preso due direttive: una di
coinvolgimento, vedi appunto “Postilla”, l’altra di spaesamento.
Farina: «Spaesamento è un termine
giustissimo. Piuttosto che dire cose al pubblico, preferiamo che viva
un’esperienza vera, un accadimento reale, e lo spaesamento, se riesci a
produrlo, è reale, non c’è niente di finto. In tutti i nostri spettacoli
questo tentativo di confondere lo spettatore è andato crescendo. Cerchiamo
sempre un confine fra il gioco e il non gioco, tra il palco e la platea. È
lì, è un confine paradossale, non esiste, ma per noi c’è, cerchiamo di porre
il pubblico nel confine lì sul proscenio».
Battiston: «Come se per un attimo lo
spettatore si domandasse – e questa è l’utopia che ricerchiamo – “ma è vero
oppure no? Fa parte della vita anche questo o no?”. Ci poniamo cioè sul
limite dell’ambiguità».
Veniamo a Invisibilmente. Il fatto
che sia molto divertente non rischia di oscurare la parte più inquietante,
più seria?
Battiston: «All’inizio il fatto che
sia divertente è voluto, per catturare il pubblico».
Farina: «In questo modo cade nella trappola, perché se non fosse così
coinvolto, in maniera così giocosa fin dall’inizio, lo spettatore non
arriverebbero a un gesto come quello finale; se fosse una cosa fredda e
distaccata non farebbe quell’azione».
Battiston: «Nella seconda parte dello spettacolo però non si ride, e il
rapporto col pubblico è più stretto».
Farina: «Anche la platea più popolare e che ha più voglia di ridere, nella
seconda parte comincia a fiutare che c’è odore di trappola. Il ritmo
rallenta e a un certo punto comincia a vedere l’altro lato dello spettacolo.
D’altronde tutti i nostri lavori vogliono allargare il più possibile la
fruizione al tipo di spettatore».
Battiston: «Ma senza mai ammiccare, senza cercare di essere suadenti, e
cercando invece più livelli di lettura».
Come nascono i vostri spettacoli?
Farina: «Abbiamo dato un nome al
nostro modo di lavorare, e cioè “metodo stocastico”, che è un metodo volto a
includere nella creazione il casuale, a guidare il casuale in una direzione
e poi ad accogliere ciò che esso ti dà. Quindi in realtà lavoriamo
moltissimo con l’improvvisazione, perché l’inconscio dell’attore, in questa
situazione, fa cose non premeditate, e noi le mettiamo in gioco. Ciò ci
permette proprio di scrivere lo spettacolo, non serve solo per fare la
regia; è praticamente una scrittura scenica portata un po’ all’eccesso,
perché a volte l’idea di partenza è volutamente molto vaga, di modo che
possiamo abbandonarla in ogni momento e fare anche tutt’altro, se il caso ci
regala qualcosa che ci convince più dell’idea di partenza».
Battiston: «È comunque un’improvvisazione, che magari all’inizio non va bene
e viene riscritta, poi si riprova, si riscrive, si smussa, come uno scultore
che lavora con l’argilla».
Un elemento comune a Semiramis e
Invisibilmente è la parola scritta in scena, un messaggio al pubblico.
Farina: «È vero. Stiamo studiando dei
testi di Gabriele Costa, antropologo e studioso di linguistica, molto
interessanti, dai quali è emerso che questo meccanismo – leggere mentalmente
delle cose – è il passaggio che ha permesso di sviluppare l’autocoscienza.
Attraverso tutta una serie di concatenamenti inconsci, Costa spiega che alla
fine si riesce a spingere lo spettatore verso ragionamenti o azioni che noi
possiamo benissimo prevedere; e infatti la scena finale di Invisibilmente,
che si basa su questo studio, implica un’azione, sempre riuscita, da parte
del pubblico».
Teatroteatro.it
Lo spettacolo e la libertà dello spettatore
a cura di Matteo Antonaci -
28/09/2009
I Menoventi sono uno dei
giovani gruppi teatrali che maggiormente cerca di stravolgere e ricostruire
il concetto di drammaturgia. La loro singolarità è un rapporto del tutto
particolare col pubblico, sempre chiamato in causa, sempre stimolato e
portato alla reazione. In Postilla, il loro ultimo lavoro per una persona
alla volta, i Menoventi danno completa libertà allo spettatore, rendendolo
attore del loro stesso spettacolo.
Così Gianni Farina, Consuelo Battiston e Alessandro Miele, componenti del
gruppo, ci raccontano la loro attività teatrale.
Come nasce il vostro progetto teatrale?
Giani Farina: Io e Consuelo, che avevamo già collaborato insieme, abbiamo
incontrato Alessandro nel 2004, all'interno del corso Epidemie organizzato
da Emilia Romagna Teatro e Ravenna Teatro e conclusosi con la produzione di
Salmagundi per la regia di Marco Martinelli. Dopo due anni, nel Gennaio del
2006, abbiamo debuttato con In Festa, il nostro primo lavoro. Ci siamo
trovati molto bene e abbiamo deciso di proseguire. In Festa era un tentativo
di mettersi in gioco dal quale è nata la nostra compagnia. La caratteristica
che distingue il nostro gruppo da altri è che Alessandro è di Pompei, io di
Faenza e Consuelo di Pordenone. Insieme formiamo una retta che unisce il
Sud-Est al Nord-Ovest della nostra nazione percorrendola interamente. Ognuno
di noi è molto legato alle proprie radici culturali così le inseriamo nei
nostri lavori. Partiamo da tre angoli opposti e questa diversità talvolta
crea problemi. Eppure, quando riusciamo a trovare una sintesi, diviene una
ricchezza.
Il vostro gruppo mette in
gioco nuove concezioni e forme di drammaturgia, in che modo lavorate su
questo aspetto dei vostri spettacoli?
Gianni Farina: Chiamiamo il nostro metodo di lavoro stocastico rubando il
termine da Bateson. E' un metodo di lavoro che include il casuale.
Stocastico significa indirizzare le frecce verso un bersaglio, tirare con
l'arco. Devi cercare di avere buona mira, ma è inevitabile che intervengano
altri fattori totalmente casuali: il vento, la distanza, la costruzione
della freccia... Il caso sposta continuamente il nostro bersaglio. Se la
freccia che scocchiamo colpisce un bersaglio diverso e inaspettato ma che ci
piace di più rispetto a quello che puntavamo in partenza, buttiamo via il
primo e puntiamo il secondo. Postilla, ad esempio, è nato da una riflessione
su Pinocchio, poi pian piano è divenuto altro e adesso non centra quasi più
niente con questo testo.
Inizialmente abbiamo un'idea molto vaga del nostro lavoro; una piccola
visione sulla quale iniziamo a lavorare direttamente in sala senza meditare
nulla, improvvisiamo. L'improvvisazione dell'attore immette il caso nel
circuito. E' l'inconscio dell'attore a metterci in contatto col casuale.
Facciamo una prima sessione di lavoro che può durare una settimana, due
settimane o un mese e quindi ci fermiamo e cominciamo a studiare
selezionando le cose che ci piacciono di più. Dopo questa seconda fase di
studio c'è un'altra fase di lavoro in sala. Ma deve essere chiaro che
studiamo a posteriori ciò che abbiamo fatto e non premeditiamo, procediamo
così.
Consuelo, parlavamo
dell'attore e tu sei la protagonista di Semiramis. Come hai costruito il tuo
personaggio e in che maniera ti relazioni al pubblico attraverso questa
costruzione?
Consuelo Battiston: In Semiramis lavoriamo su uno schema umano, su alcune
qualità che potevano essere adatte a questo personaggio. Siccome ci sono
solo io in scena e la protagonista evolve e cambia dovevamo cercare di
raccontare uno sviluppo. Ma lo sviluppo di Semiramis è intrecciato allo
svolgimento e agli accadimenti dello spettacolo.
Tutto il lavoro che ho fatto è partito dall'improvvisazione.
Che ruolo gioca la
letteratura o il mito nei vostri lavori?
Gianni Farina: Nel lavoro post-sala, escludendo Semiramis che si basa su
un'opera letteraria, andiamo a cercare dei riferimenti nella letteratura,
nel cinema e nell'arte figurativa per capire cosa abbiamo improvvisato.
Troviamo dei grossi aiuti. Per Postilla un testo fondamentale è il saggio di
Hillman Il sogno e il mondo infero ma c'è anche il romanzo gotico, il cinema
di Lynch, Pinocchio. Anche Invisibilmente si basa su degli scritti di
Hillman e sulle poesie di Enzensberger che ritornano continuamente nei
nostri lavori, quasi per caso.
Ma c'è anche molta fantascienza degli anni 50: Dick, Orwell, Huxley, Barbury,
Sturgeon. Per Postilla inoltre ci siamo basati su una letteratura più dark:
Poe, Kafka...
Il tema dark ritorna molto
nei vostri lavori?
Gianni Farina: No, i nostri lavori sono molto diversi tra loro ma non perché
vogliamo fare gli originali o tradirci di volta in volta.
Invisibilmente nasce da alcune improvvisazioni sul tema del giudizio
universale. Abbiamo iniziato a dire cose divertentissime ed è nato uno
spettacolo comico. Durante le prove di Postilla, invece, Consuelo e
Alessandro hanno iniziato ad improvvisare facendo gli inquietanti e abbiamo
continuato ad utilizzare queste atmosfere.
In questo modo cercate sempre
di sorprendere lo spettatore?
Gianni Farina: No. Pochi giorni fa qui ad Es.Terni c'è stato un convegno che
affrontava il tema della ricerca del nuovo, si diceva che forse non ha più
senso una ricerca estenuata della novità. Io penso che sia vero. Noi non
cerchiamo il nuovo a tutti i costi.
Consuelo Battiston: Forse cerchiamo solo di essere autentici con noi stessi!
Rispetto alla direzione che prende il lavoro ci chiediamo sempre le
motivazioni per cui scegliamo una strada piuttosto che un'altra, e
soprattutto perché la strada scelta dovrebbe interessare e coinvolgere il
pubblico.
Alessandro Miele: Oppure, molte volte, ci lasciamo andare al caso, proprio
come dicevamo prima!
Il vostro rapporto col
pubblico si basa sempre su una finzione: in Semiramis il pubblico è
fintamente coinvolto nella scena per risultare poi specchio o allucinazione
della protagonista stessa, in Postilla, ancora una volta, lo spettatore è
fintamente libero di agire. Che scarto c'è tra questi lavori nella
costruzione del rapporto con lo spettatore?
Gianni Farina: Partiamo da un'idea: il pubblico c'è. Un conto è offrirgli
una realtà in cui si possa immedesimare, un altro è fargli sembrare che
tutto potrebbe accadere anche in sua assenza e poi dirgli: “no, tu ci sei e
io lo so!. E' inutile far finta di niente!”
Alessandro Miele: Nel momento in cui questo meccanismo viene svelato e
dichiarato cade il gioco della finzione, dimentichiamo che stiamo fingendo!
Consuelo Battiston: In questo modo inneschiamo il gioco dell'ambiguità. Ciò
che è vero può sembrare falso e ciò che è falso può sembrare vero. Ieri, in
una replica di Postilla è venuto un signore col quale è nato un rapporto
molto speciale, poiché ha modificato il corso dello spettacolo. In più punti
io stessa mi sono chiesta se ciò che facevamo fosse finzione o realtà.
Gianni Farina: In Semiramis il finto finale che stravolgerà il seguito dello
spettacolo serve proprio per dichiarare questo meccanismo. La protagonista
per un attimo sembra parlare col pubblico. Per un attimo lo spettatore
esiste, crede di esistere. Poi Semiramis gli sottrae nuovamente questa
certezza e il pubblico scopre di essere una semplice allucinazione.
Questo paradosso avviene anche in Invisibilmente e in Postilla.
In Invisibilemente due personaggi, due maschere che hanno appena presentato
lo spettacolo, per sbaglio, rimangono intrappolati sul palco ed iniziano a
parlare a bassa voce. Il loro dialogo è però sottotitolato su uno schermo
montato alle loro spalle. Ad un certo punto, i due attori, si accorgono di
questi sottotitoli, li leggono e vanno in loop. (C'è scritto...c'è scritto
che c'è scritto che c'è scritto...) A quel punto c'è un'evoluzione nel
magico meccanismo fantascientifico che li sta sottotitolando, per cui
iniziano ad essere descritti anche i loro gesti e i loro pensieri. Per
un'ulteriore evoluzione di questo meccanismo abbiamo studiato la reazione
del pubblico in un processo di statistica. Facendo una determinata azione in
scena al 90% gli spettatori reagiscono in un determinato modo. Dopo un paio
di repliche possiamo descrivere ciò che fa il pubblico. Gli attori fanno una
gaf tremenda, il pubblico scoppia a ridere e mentre compie quest'azione
sullo schermo appare la scritta: “Il pubblico ride”. Ci sono delle azioni
previste e lo spettacolo si conclude con la scritta “Anche il pubblico ha
obbedito”.
Noi non puntiamo tutto il nostro lavoro sulla “finzione della finzione” o
sulla realtà dell'accadimento estremo, la performance. Noi lavoriamo sui
confini, sui dubbi. Lo spettatore in Postilla, ha delle libertà, ma sono
reali?
Si tratta di una metafora del
libero arbitrio?
Consuelo Battiston: Esatto! Volevamo fare uno spettacolo in cui il pubblico
potesse essere completamente partecipe sin dall'inizio, dal momento in cui
sceglie se vederlo o no!
Gianni Farina: Eppure, il processo che porta alla visione dello spettacolo,
non avviene nella piena consapevolezza dello spettatore. Il pubblico decide,
ma in maniera totalmente manipolata e inconsapevole.
Alessandro Miele: Ed è proprio per questo che, ogni tanto, qualcuno ci
sfugge perché trova una falla nel sistema che noi abbiamo creato. A quel
punto il nostro compito è quello di ricondurlo il più velocemente possibile
all'interno dello spettacolo.
Gianni Farina: Ho letto da poco un libro bellissimo di Gabriele Costa, uno
studioso di linguistica. Parla degli scarti di livello di pensiero
teorizzati da Bateson. Fa un esempio molto calzante: quando dei bambini sono
immersi in un gioco riescono ad estraniarsi completamente dalla realtà. Il
gioco diviene la realtà. Quando un adulto si inserisce nel loro mondo, ad
esempio chiamandoli o gridando, i bambini inglobano la frase dell'adulto nel
loro gioco e non gli danno retta. Non riescono a capire che ciò che dice
l'adulto non è gioco ma realtà. Questo confine è presente anche nei nostri
spettacoli. Noi inglobiamo il pubblico nel gioco e ciò che viene dopo, il
confine che si riesce a creare - troppo difficile da descrivere a parole - è
simile a quello sperimentato dai bambini.
Qual'è il vostro rapporto con
Es.Terni?
Gianni Farina: Durante le prime prove di Semiramis abbiamo mandato il
materiale ad Es.Terni. Così abbiamo vinto il bando Dimora Fragile e avuto
l'opportunità di avere una residenza piuttosto lunga qui a Terni. Ci siamo
trovati molto bene e siamo stati invitati anche l'anno successivo. Il terzo
anno abbiamo vinto il Premio Extra come secondi classificati. Il premio
consisteva nuovamente in un mese di residenza a Terni e così siamo tornati.
Es.Terni ci ha quindi invitato a partecipare al bando Nuove Creatività dell'Eti,
e insieme siamo riusciti a vincerlo. Insomma, volenti o nolenti siamo sempre
qua. Si tratta di un rapporto di vecchia data che continua sia per la nostra
volontà che per pura casualità.
Quest'anno, purtroppo, il festival ha grosse difficoltà economiche, speriamo
che nel futuro vada meglio, ma la situazione italiana, ormai, la conosciamo
un po' tutti.
Altre velocita’ – Prato, Giugno 2007
I MENOVENTI IN UNO STUDIO TRA FOLLIA E FERINITA'
Iniziamo con Semiramis. Com’è nata l’idea e la scelta di ispirarsi a questa
figura?
Gianni: A dire il vero la partenza è dovuta al caso, come spesso accade,
nata leggendo l’opera di Calderòn, La figlia dell’aria. Qui inizialmente, ci
siamo focalizzati sulla parola “potere”, che si fonde molto bene con il tema
della libertà, di cui ora si parla. L’opera di Calderòn affronta questa
figura di ambizione e di potere in modo diverso dal solito, con una forza
che ho ritrovato solo nel Caligola di Camus.
Consuelo: Oltre che in Macbeth, a cui molto in questo lavoro ci siamo
ispirati.
Gianni: In Calderòn la visione dell’ambizione è un equilibrio precario che
ci pone in bilico tra il giustificare alcune azioni e scelte che questa
figura fa e il condannare queste stesse scelte. Leggendo il testo non
riuscivo realmente a prendere parte, non sapevo se condannarla o assolverla,
e questo mi ha portato a una nuova prospettiva rispetto a una concezione del
potere che di solito viene percepita come unicamente negativa. Mi ritorna
ora in mente la frase di Dürenmatt, che abbiamo inserito nell’opuscolo: «E
siccome il mondo ha fatto di me una puttana, adesso io ne faccio un casino».
È cioè sempre possibile comprendere delle scelte nello stesso momento in cui
si condannano. Semiramis è un personaggio davvero molto complesso, che ci ha
fatto riflettere sulla questione della molteplicità, innanzitutto della sua
molteplicità, e sul tema del doppio, anche se questa figura non è un doppio,
ma è un quintuplo. Calderòn dipinge Semiramis come una fiera razionale ed è
proprio intorno a questo, a questa definizione, che è iniziato il lavoro e
così la costruzione del personaggio per Consuelo. Leggendo Bataille e
Agamben, ho poi approfondito il tema del doppio. Esiste una stretta
connessione tra il sovrano e l’uomo lupo antecedente la ius civile, è un
tema che stiamo investigando e su cui c’è ancora molto da capire. Abbiamo
preso il lupo come riferimento per costruire il personaggio, quando non
sapevamo come “friggerla”, non tagliarla ma proprio friggerla. È la base del
personaggio. Successivamente, amando Enzensberger, scoprimmo solo dopo un
mese del suo confronto con Calderòn, una conferma ulteriore della sua
influenza nel nostro percorso, seppure qui tornato in maniera totalmente
diversa. Ecco, questo per dare il motivo concreto. Motivo forse meno nobile,
ma certamente più concreto è stato invece il fatto che la figura poteva
essere una sfida interessante per Consuelo, oltre che un modo di crescere e
di provare una cosa completamente diversa dal lavoro precedente. Mentre
leggevo Calderòn comunque, la vedevo assolutamente nel suo volto.
È
lecito, in Semiramis, parlare di follia?
Consuelo: Io credo che in realtà tutto dipenda dalla partenza dall’animale.
Quello che può sembrare folle è semplicemente un comportamento che non
sottostà a regole, come un feto appena nato. Semiramis è un animale che si
muove in rigidità con un desiderio molto forte ed è prima di tutto corpo, un
corpo molto rigido e all’erta.
Gianni: Preferirei non usare il termine follia ma parlerei piuttosto di un
desiderio estremo, corollario a un isolamento altrettanto estremo.
Come
avete lavorato a questa costruzione?
Consuelo: Come approccio al lavoro pratico, prima di soffermarmi sulle
singole improvvisazioni, mi sono concentrata sulle qualità di movimento che
quella persona avrebbe potuto possedere. Piccole pagliuzze, gesti, un
preciso modo di camminare, di appoggiarsi sui piedi, di indicare o ancora
l’uso degli occhi.
Gianni: Si tratta per noi di qualcosa di nuovo. Il lavoro precedente era
costruire una figurina, non un personaggio. Qui ci siamo rapportati a un
testo con un lavoro di tipo più tradizionale, che ormai non fa più nessuno.
Dopo
In festa, la critica ha visto in voi dei debitori di Ionesco e del teatro
dell’assurdo. Vi ritrovate in questa definizione?
Gianni: Di Ionesco sì, dell’assurdo no. Si tratta piuttosto di un tentativo
di definizione, c’è una macchina, un ingranaggio che non ha bisogno di
calore per funzionare.
Consuelo: A me piace fare l’esempio della mela. Una mela ha una sua forma,
la nostra mela ha una piccola gobba al suo centro. Cerchiamo una
trasfigurazione della realtà che può far porre un interrogativo allo
spettatore sulla realtà stessa.
La
realtà contemporanea è assurda?
Gianni: La realtà contemporanea è totalmente assurda e sembra normale.
Sembra molto lontana dall’uomo e l’interrogativo shopenaueriano lo vedo oggi
ancora più importante. La realtà si distingue dalla percezione? Mi sembra
che oggi la percezione dell’uomo sia già molto lontana anche da una realtà
velata.
Tornando a Semiramis, mi è sembrato di scorgere nel suo atteggiamento una
certa tensione ironica, è effettivamente così? L’ironia può essere
considerata teatralmente utile?
Gianni: L’ironia è per noi una cifra importante, per quello che sappiamo
fare, non credo tuttavia che sia fondamentale nello spettacolo di chiunque.
L’ironia è come affermare una cosa e subito dopo smorzarla e negarla.
Consuelo: È un portare e un togliere, portare e togliere.
Gianni: L’ironia di In festa si esprime tramite il meccanismo e l’artificio.
Non lascia scampo. In Semiramis invece ci siamo concentrati su un’ironia
mimica, abbiamo pensato a suggestioni nuove, come l’Espressionismo tedesco e
Metropolis, a cui ho ripensato molto per il lavoro su Consuelo.
Consuelo: Per me c’è anche la voglia di prendersi in giro.
Gianni: Sì e poi l’ironia, come la mimica, passa senza mediazione teoretica
e facilmente raggiunge chiunque. È un aspetto a cui teniamo. Alessandro, che
in questo lavoro non è coinvolto direttamente, definiva lo spettacolo
precedente «surreal-popolare», a segnalare l'importanza dell’aspetto
popolare. Lo stesso vale per il lavoro sul personaggio di Consuelo, sono due
cose che possono essere comprese nella direzione del popolare. Le scritte
sul muro e il substrato del lavoro certo non sono popolari, ma abbiamo
cercato in tutti i modi di restituire questo aspetto instaurando una
relazione emotiva con il pubblico. Lo spettacolo precedente poteva essere
definito assurdo e freddo, gli elementi comici e l’ironia erano meccanica,
ingranaggi, una questione di calcolo preciso e di gesti riproducibili. Il
rapporto emotivo è invece più rischioso. L’ingranaggio calcolato al
millimetro funziona…
Consuelo: Se non si inceppa. Il rapporto emotivo credo sia più suscettibile
al cambiamento di spazio, se non c’è. Cambia ogni sera, pur non modificando
niente di sostanziale. Ogni giorno c’è una piccola rettifica e modifica.
Questo spazio per esempio è stata l’occasione di poter lavorare con un
riscontro.
Gianni: Anche perché in questi giorni, attenzione, non si replica ma si
lavora.
Consuelo: Ed è inoltre un’opportunità per una compagnia fuori sede come la
nostra.
Si è
parlato di popolare, possiamo riconoscere al termine una sfumatura politica?
L’arte oggi, può ancora avere questa valenza?
Gianni: No, io credo non possa esistere. Bisogna porsi degli interrogativi
ma non tentare di convincere qualcuno. Chi va a vedere un teatro di un certo
tipo, già la pensa in un certo modo. È rischiosissimo tentare di far passare
un’idea politica per una questione prima di tutto linguaggio. Esponendola
con chiarezza, non convinci nessuno. Si rischia di incorrere nel
documentario e difficilmente, penso, il documentario può cambiare l’idea di
una persona. Provare ad arrivare a un linguaggio diverso è la scommessa. Fai
fatica a “dire una cosa” allo spettatore, puoi riuscire al massimo a indurlo
a degli interrogativi ma non a dargli una risposta. Sarebbe totalmente
inutile.
In
Semiramis entra in campo anche la violenza.
Gianni: Sì, in connessione con il tema della libertà, tema che ho ritrovato
anche nel Caligola di Camus. La deprivazione dei sensi cui è sottoposta
Semiramis è una forma di violenza che le dà l’idea che l’unico modo per
raggiungere una certa forma di libertà sia l’utilizzo della violenza stessa.
La libertà di cui godeva l’uomo antecedente la ius civile era la possibilità
incondizionata di scatenare i propri impeti. Proprio in questi giorni ho
incrociato la definizione sul vocabolario: violenza è la forza incontrollata
che distrugge, priva di controllo, istintivamente. Per chi è nato con
violenza, questa rimane la prima immediata forma di libertà. La vera
violenza, in Semiramis, è nel non poter seguire il proprio destino. È il
concetto di libertà ellenica quello a cui facciamo riferimento, il diritto
di seguire il proprio destino. Poi c’è il testo fondamentale di Girard, la
violenza e il sacro, che mette incredibilmente in relazione tutti gli
stimoli offerti dall’opera e dalle nostre riflessioni; il doppio e la
violenza e la sacralità… uno dei libri delle meraviglie che a volte ti
vengono incontro per chiudere un cerchio.
Consuelo: C’è anche del fascino in questo aspetto oscuro. Spesso mi sono
chiesta, in fondo, chi non vorrebbe essere come lei? Le persone che non
agiscono come lei, molte volte non lo fanno solamente per mancanza di forza,
di coraggio. Semiramis è una figura pericolosissima di cui parlare. Preclude
ogni tipo di relazione. Semiramis sarà sempre sola, e la solitudine può
aumentare la violenza stessa, rendendola una libertà priva di gioia.
Gianni: Enzensberg parlava della condizione del politico moderno come una
condizione di deprivazione di sensi. Un individuo bendato, costretto
all’interno di un cilindro pieno di un liquido, privato di luce, annientato
nel tatto come nell’olfatto. È la stessa condizione di Semiramis.
L’isolamento totale, che può provocare una reazione che nell’isolamento del
manicomio viene definito “ospedalismo”, può portare infine all’
allucinazione. Quello che Semiramis vive in questo quarto d’ora, d’altra
parte, non è altro che un’allucinazione.
I Menoventi sono nati da una serie d’incontri personali e suggestionati
dall’incontro con altri artisti. Tra questi non possiamo non ricordare
quello con Marco Martinelli ed Ermanna Montanari al laboratorio “Epidemie”.
Pensate che il loro approccio abbia influenzato il vostro percorso?
Gianni: È una domanda che ci pongono spesso. Direi di sì, anche se in parte,
e soprattutto soltanto da un punto di vista metodologico. Cerchiamo infatti
di stare molto attenti, di imitatori delle Albe ce ne sono già abbastanza. È
giusto ricevere delle influenze ma queste devono essere applicate alla tua
sensibilità e il risultato quindi non può che essere molto diverso.
Martinelli non è un ricettario è un consigliere.
Consuelo: Un’esperienza comunque intensa, abbiamo imparato a vivere la
replica e lo spettatore. Ci ha insegnato a capire cosa vuol dire la capacità
di ripetizione: cercare ogni volta di ricreare lo stato zero.
I Menoventi sono Consuelo Battiston, Gianni Farina e Alessandro Miele. La
compagnia nasce dall’incontro tra Gianni e Consuelo, a Santarcangelo
nell’autunno 2001, durante il progetto Zampanò, organizzato da ERT e
Santarcangelo dei Teatri. Uniti da comune sentire teatrale, i due
collaborano all’organizzazione di laboratori per le scuole, seminari e
spettacoli, fino alla scoperta di Alessandro, nel novembre 2003, all’interno
del corso di formazione Epidemie, guidato Marco Martinelli e Ermanna Montari
per CEE, ERT e Ravenna Teatro e debuttare con le Albe in Salmagundi, nel
luglio 2004. Ma sarà In festa, nel 2006, lo spettacolo che, tra le
suggestioni di Ionesco, De Chirico e Radiohead, li lancerà come emergenti. I
laboratori La Cantantrice Calva e La balza (ancora in fase progettuale),
sono, con Semiramis, gli ultimi lavori della compagnia. Compagnia anomala,
quella dei Menoventi, che vuole definirsi lontana da precisa poetica quanto
da ruoli. Menoventi è un dato, una temperatura. Che sia fredda, freddissima,
poco importa, basta andare a casa e guardare il termometro al contrario.
Oppure mettere sottosopra la realtà.
LUCIA
COMINOLI
Intervista di Valentina Capati
Leggendo
alcune vostre interviste sul web abbiamo notato che avete molti riferimenti
letterari , ma anche filosofici. Quanto hanno peso nella vostra ricerca e
come li trasponete poi nel vostro lavoro di drammaturgia?
Gianni Farina (regista): Semiramis è in realtà un’eccezione, è infatti il
lavoro che ha avuto più necessità di studio per formare un background su cui
lavorare, altrimenti nei nostri lavori lo studio preliminare di questo tipo
raramente porta materiale concreto in scena. E’ poi, realmente, una sorta di
sottobosco che serve a far germogliare delle idee, non è propriamente
travasato nel lavoro drammaturgico, eccezion fatta per alcuni riferimenti
molto diretti in Semiramis, penso ad esempio a Girarard.
Consuelo Battiston (attrice): Per quel che riguarda Semiramis, quello di
Calderòn de la Barca è sicuramente il testo di riferimento di base,
l’abbiamo letto diverse volte, anche nella riscrittura di Enzensberger.
E
Macbeth?
C.: Al Macbeth abbiamo pensato, soprattutto in riferimento al fatto che Lady
Macbeth è una figura del potere.
G.: Effettivamente ci sono dei punti di contatto, ad esempio la profezia, la
sete di potere, la prigione, ma anche altri particolari come le macchie di
sangue sulle mani.
Esiste quindi, una sorta di gioco, di rapporto tra la segregazione ed il
potere. In Semiramis come si sviluppa questo parallelo?
G.: Semiramis si fonda sulla coincidenza tra la prigionia ed il potere. La
cosa interessante in questa figura è che non si tratta della segregazione
ovvia di chi il potere lo subisce, ma di quella cui è sottoposto chi lo
detiene. Enzensberger nel saggio Pietà verso i politici afferma che da
sempre chi ha in pugno il potere si invischia in una ragnatela dalla quale è
difficilissimo uscire. Per cui il potere genera sete del potere
all’infinito. Una sorta di tossicodipendenza. L’unica via d’uscita, l’unica
prospettiva reale è la morte, per questo l’accezione “pietà per i politici”.
Altra importante chiave di lettura, citando Durrenmatt, è che l’accesso a
questo meccanismo perverso lo indichiamo noi ai potenti, siamo noi ad
indicargli il trono e a dirgli che è bello “perché se il mondo ha fatto di
me una puttana adesso io ne faccio un casino”.
Semiramis è quindi investita del significato che date a questa ambivalenza
tra potere e prigionia. E’ sacrificata e te, in alcune dichiarazioni, dici
di “friggerla”.
G.: In realtà è un gioco. Friggiamo il testo di Calderòn. La nostra non
voleva essere una riscrittura, abbiamo quindi cercato di proporlo secondo il
nostro punto di vista. Abbiamo voluto creare un nostro mondo attraverso le
suggestioni del testo. La questione del sacrificio è fondamentale per me, il
testo di Girard La violenza e il sacro sul sacrificio del re è stato
illuminante, è questo che si fa del potente, si sacrifica.
C.: Come anche Agamben con l’idea del re-bandito. Siamo infatti partiti
dalla figura di un lupo nella costruzione della nostra Semiramis.
La scelta di questa prigione piastrellata di bianco, di una stanza da
manicomio, così fredda, così estraniante, da cosa viene?
C.: Parte tutto da una casualità. Eravamo a Contemporanea di Prato e
dovevamo presentare quindici minuti di un lavoro, sapevamo di essere in un
vecchio macello. Abbiamo cominciato a far le prove in una stanza ed abbiamo
cominciato a sperimentare l’azione di scrivere alcune parole sulle pareti,
l’idea ha funzionato ed è nata la scenografia di Semiramis. L’idea di un
bagno, poi, ci è sempre piaciuta in realtà, un bagno-manicomio, un bagno
prigione.
G.: Un bagno, un manicomio, un macello, non sappiamo bene cosa sia in realtà
quella stanza, la cosa che ci è piaciuta è che permette la parola, permette
di scriverla. Quello che ci interessa è che Semiramis sia coadiuvata nei
suoi dialoghi, nel suo interagire, questa donna infatti non sta facendo un
monologo, ma interloquisce e lo fa continuamente, pur essendo da sola.
Avevamo quindi bisogno di una stanza “parlante”, che potesse “scrivere” e
fare l’eco.
Quanto invece Semiramis è donna? Il suo modo di comunicare, ad esempio, si
avvale di oggetti che fanno parte di un immaginario puramente femminile.
G.: Poi in realtà urina in piedi, si da la cipria come stesse facendo la
barba e nel finale si disegna anche i baffi. E’ questo il gioco della
prigionia del re con i suoi doppi, le differenze, anche quelle di genere,
decadono. Per citare Girard “quando si perdono tutte le differenze si
perdono anche quelle di genere”. Semiramis è a contatto con il suo doppio
mostruoso e non sa più se è un uomo o una donna. Anche nell’opera di
Calderòn, Semiramis si sostituisce al figlio e regna fingendosi uomo.
C.: E’ una donna straordinaria. Sicuramente fuori della norma, incarna forse
un desiderio fortissimo che è quello di essere al di sopra di tutto, di
essere onnipotente.
Caratterizzate Semiramis come in preda ad un folle delirio, è quindi
impazzita?
G.: E’ la follia di Caligola, del potente costretto in cattività dal resto
del mondo, ma cosciente. Un potente inconsapevole usa il buonsenso, il
buonismo. Un potente consapevole della propria prigionia diviene
inevitabilmente un Caligola, una Semiramis, un folle, ma la pazzia non è nel
suo dna. E’ una sopraffazione.
Vista l’ambientazione è chiaro ci siano dei rimandi alla pazzia, però è la
follia di Caligola, è la follia del potere costretto in cattività dal resto
del mondo. Un potente conscio di ciò che gli sta accadendo per forza di cose
diventa un Caligola, una Semiramide, un pazzoide, però non è nel suo dna, è
una pazzia di rivolta, di esasperazione, non di malattia mentale.
Quanto Semiramis si esprime con il corpo e quanto con le parole?
C.: credo ci sia una ricerca dell’organico tra movimento ed uso della
parole, una postura contratta non può far uscire una voce da usignolo, è una
ricerca sull’istintuale.
G.: Dici quanto col corpo quanto con la parola, non hai detto con la voce.
Moltissime parole sono scritte con il corpo, è il corpo che parla. Per
questo ci piacciono queste pareti: ci permettono di parlare anche stando in
silenzio.
Soprattutto in rifrimento al vostro spettacolo In festa si è parlato di
teatro dell’assurdo. Vi ritrovate in questa definizione?
Alessandro: In festa si lega ad un testo di Ionesco Le sedie, che noi per la
verità abbiamo conosciuto solo in seguito, è uno spettacolo in cui l’assurdo
è fondamentale, ma non è stata una scelta dichiarata quella di avvicinarci a
questo genere di teatro.
G.: Inoltre i nostri personaggi di In festa pur vivendo una realtà assurda
risultano caldi, vivono e li sentiamo. Spesso nel teatro dell’assurdo quel
che conta è la realtà che li circonda. Alessandro ci definisce “surrealpopolari”.
Valentina
Capati
Menoventi: "Una soluzione c’è: il non professionismo"
di Iacopo
Iadarola
Per una recensione
dell’ultimo spettacolo dei Menoventi, compagnia emergente fra le più
interessanti in Italia,
si veda l’articolo che abbiamo scritto sulle pagine di O.
Ora invece abbiamo
fatto qualche domanda a Gianni Farina, coautore dei testi insieme agli altri
due membri della compagnia: Consuelo Battiston e Alessandro Miele.
Gianni è un ragazzone
del ravennate, e il sangue gallico si vede più che nei lineamenti da
allobrogo, nelle sue idee mistiche e libertarie. A 18 anni aveva costruito
una casa da sè, ma poi ha preferito andare a vivere in una macchina. Ora fra
studi approfonditi dell’iconologia di Semiramide e di misteriosi fenomeni
tellurici (i “mitspoeffers”), fa il cameriere in un locale romagnolo dove
servono cioccolata contenente oro. E’ un vulcano di idee, e io m’improvviso
Plinio il vecchio.
Cosa pensi dell'attuale scena teatrale italiana?
La vedo nettamente divisa in due parti, non scopro
niente di nuovo. C’è il teatro che gira, che funziona, che conviene e c’è il
teatro di qualità, da tempo in agonia. Non vorrei dilungarmi troppo sulla
genesi di questo meccanismo ormai consolidato poiché non è molto differente
dalla logica che ha scavato la fossa del cinema o della musica o della
letteratura: stupidità di massa, assoluta dipendenza dai modelli televisivi,
applauso facile eccetera. Vorrei piuttosto fare alcune considerazioni sulle
possibilità di sopravvivenza delle realtà fuori mercato. Ad aggravare la
situazione del teatro c’è la constatazione, valida anche per Ronconi o
Claudia Koll, che gli incassi non coprono quasi mai le spese, nonostante i
mostruosi biglietti a 30 euro. Quindi tutti si sostentano con contributi di
vario genere e se questi non bastano o non ci sono proprio, il lamento sale
alto. Ma a chi chiediamo aiuto? Ad un apparato che spesso contestiamo, a
banche e fondazioni che aborriamo, a sponsor o enti che gioiremmo nel
vederli affondare. E ci si lamenta che il loro denaro non arrivi nelle
nostre tasche. Metto subito le mani avanti: la nostra compagnia non gode di
nessun finanziamento e se troveremo dei soldi li prenderemo al volo, però se
questi non giungono proprio dai brutti e cattivi non mi stupisco. Mi chiedo:
Esiste un fund-raising ‘etico’? Ci sono molte proposte per una sopravvivenza
alternativa, fantasiose o meno, ma tengano sempre presente gli amici ed i
colleghi tutti che una soluzione c’è, solo che non piace a nessuno: il non
professionismo. Penso al lavoro del Teatro delle Macerie, una giovane
compagnia di sconosciuti che ha creato uno spettacolo di qualità lavorando
fuori dalle logiche e dai tempi del mercato. Antonio è magazziniere e Marco
insegnante. Non è possibile confonderli con la classica compagnia dialettale
che scimmiotta, senza peraltro averne i mezzi, il teatro di giro; questi
fanno sul serio. Solo che lo fanno, come noi fino ad ora, gratis. Senza
lamentarsi, tanto a cosa serve se pensiamo che il nostro punto di
riferimento è Rutelli? io continuo a fare il cameriere ed il clown. Spero un
giorno di diventare professionista, per carità, ma intanto porto o rompo i
piatti.
E per quanto riguarda gli organizzatori?
Ecco, mi lamento. Non resisto, mi fanno incazzare.
Accetto delle condizioni miserevoli, o addirittura la gratuità, ma non
sopporto i moltissimi che si vantano di dare spazio alle realtà emergenti,
agli ‘outsider’, solo per mascherare o giustificare l’assenza di mezzi.
Questi, prova provata, appena hanno qualche soldo per la loro rassegna, si
dimenticano della bella gioventù che li ha fatti conoscere e puntano dritto
ai soliti grandi e pallosissimi nomi. Ci sono per fortuna poche belle
eccezioni.
In un clima in cui tutti producono arte, forse il vero
artista non conta tanto sulla propria opera ma sulla propria vita. Non nel
senso dannunziano del "vivere la propria vita come un'opera d'arte" ma nel
senso che la vera opera d'arte ha un messaggio che ne trascende i limiti e
coinvolge l'esistenza stessa dell'artista. Ciò in realtà è molto raro, e
assistiamo a una miriade di artisti che, iperprovocatori nelle loro opere,
nella propria vita non deragliano di una virgola da una comunissima
esistenza consumista e qualunquista.
Sono d’accordo, ma se stiamo attenti è possibile
scorgere nell’opera la menzogna. E’ una questione di linguaggio, a mio
avviso, non di contenuto. Facile capire come provocare, ancora di più se si
parla la stessa lingua dell’oggetto che si vuole colpire. Più difficile è
inventare un’alternativa che parta da una visione completamente diversa e
che per questo utilizzi dei segni diversi. Poi c’è Bataille, che dice che
non ha senso per l’arte moderna giudicare i portavoce del mondo, al più
potrebbe cercare di persuaderli. Non è un’astrazione, c’è molta concretezza:
hanno avuto qualche esito gli attacchi di Moore alla presidenza Bush? No.
Chi va a teatro per vedere il comico di sinistra che imita Berlusconi? Sono
forse i suoi elettori? No. E’ molto semplice. Non sorge la questione
estetica o morale se l’arte debba o non debba contenere un messaggio, una
proposta sociale o politica. Il fatto è che non c’è proprio nessun
risultato, anche a volerlo fare. Il nostro spettacolo contiene alcune
domande sul senso di certe convenzioni, certi rituali quotidiani, che si
palesano anche nell’esile trama del lavoro, ma non ne sono il fondamento. E’
solo un pretesto, qualcosa bisogna pur raccontare se hai deciso di lavorare
attraverso una storia. Ma è l’atmosfera creata il centro di In festa,
uno spettacolo non dichiarato nelle intenzioni che anche le signore in
pelliccia hanno visto. E chissà, forse hanno messo in discussione qualcosa
proprio perché non attaccate direttamente, non con il linguaggio che gli è
proprio, ma questo è un corollario.
E come è nato In
festa?
Durante il lavoro con le Albe, io e Consuelo
conosciamo Alessandro e decidiamo di fare qualcosa insieme. Non sapevamo
bene cosa, c’era soltanto qualche immagine, qualche lampo, di cui quasi
niente è rimasto. Leggevamo e improvvisavamo di tutto per cercare di
inquadrare l’oscuro oggetto del desiderio. Non ci siamo ancora riusciti.
Dopo due anni di incontri saltuari, a causa della distanza e della mancanza
di spazi, troviamo finalmente ospitalità da Capotrave, una compagnia
toscana, e ci dedichiamo con continuità allo spettacolo. All’inizio era
tutto più marcato, più grottesco. C’ero anche io in scena e mi rapportavo
agli altri chiarendo troppo con la mia presenza i loro ruoli. Le lunghe
soste tra gli incontri comunque ci hanno permesso di far sedimentare con
calma le cose, di rientrare freschi sui materiali costruiti e, non ultimo,
di costruire 1700 biscotti di polistirolo! Ricordo bene come venne l’idea
del semaforo: ero in macchina, fermo da diversi minuti col rosso. Avevo
fretta e c’era alla radio un brano di non ricordo chi, forse Brahms:
abbastanza cupo, quasi arrabbiato, come me. Dopo interminabile attesa scatta
il verde e parto, la musica intanto si apre, diventa maestosa ed allegra ed
io mi sento fortunato ed energico come non mai, lanciato finalmente verso la
meta! Poi mi rendo conto di quello che mi stava succedendo: un cambio di
colore, un’attesa imposta e la sua risoluzione…ho accostato e mi sono
fermato, soffocavo nell’abitacolo. Mi sentivo così stupido! Questo è l’unico
elemento portato a priori sulla scena, tutto il resto è nato dalle
improvvisazioni degli attori, compreso il novanta percento del testo. Siamo
partiti dalla sensazione che volevamo esplorare, dal disagio di cui non
sapevamo, e non sappiamo con precisione l’origine. Silenzio e attesa.
C’erano pause lunghissime nel primo studio di venti minuti. Poi il racconto
del pitone ingrato, i biscotti, i manichini, e solo alla fine, quasi per
caso, l’idea che i regali degli ospiti possano essere un altro mezzo di
controllo, ancora più spietati del semaforo. Per ultimo il finale, che lo
cambiamo spesso, c’è un problema che non afferriamo e ogni volta ci viene
l’idea illuminante che ci piace per due mesi, poi basta. |